Zimbabwe ed oltre

La Giornata Mondiale di preghiera delle donne quest’anno è dedicata allo Zimbabwe

Un aggiornamento del Progetto Zimbabwe ai tempi del Corona Virus 

 ROMA, 5 marzo 2020 - Fra le tante letture di questi giorni concitati mi ha colpito un articolo di Domenico Quirico su “La Stampa” (2/3/2020)  in cui lui pone una domanda: e se questa nostra Paura del virus (che lui scrive con la P maiuscola), se “questo immateriale potere fosse in fondo un lusso”?

Un quesito un po’ sconcertante. Anche se lo fosse – rispondiamo subito - faremmo volentieri a meno di questo lusso, ma intanto, cosa spinge l’esperto giornalista a porre questo interrogativo? Quirico è quell’inviato di guerra, che qualche anno fa – era il 2013 - fu rapito in Siria e poi fu liberato solo dopo 5 mesi. Un uomo che conosce bene il Medio Oriente, il Sahel, l’Africa. E dice bene, con il suo stile asciutto ed efficace, quello  che è venuto in mente anche a me. Ecco il concetto: la nostra paura legata ad un’affezione respiratoria di massa rappresenta una sospensione temporanea delle nostre abituali certezze fatte di salute, PIL, frontiere aperte, supermercati forniti. Questa improvvisa incertezza collettiva del domani non rappresenta che una pausa, una sospensione nella routine di ciò che invece per noi è normale. Proprio come per gli attentati terroristici: “Essi – è Quirico che parla - ci portano a domicilio la guerra che noi non conosciamo, e soprattutto non vogliamo vedere”.  Ma si tratta di parentesi, appunto, che si aprono e si chiudono in situazioni in cui è altrimenti normale avere da mangiare, da bere, situazioni in cui la guerra è lontana, lontanissima, dove è scontato essere curati in ospedali ben organizzati, dove ci sono medici e infermieri competenti, dove – aggiungo io - ci si sposta senza farci caso su mezzi pubblici efficienti su strade asfaltate, dove a sera si fa un semplice gesto, si accende la luce se è buio, dove la nostra preoccupazione che riguarda la pioggia è sovente soltanto il timore che possa rovinarci il programmato weekend fuori città.

Oggi parlo di Zimbabwe, un paese nel quale tutto ciò che per noi è scontato, semplicemente non lo è. Un paese che ha conosciuto e conosce epidemie gravi – l’ultima, quella del colera un anno fa circa, ma anche quella mai finita dell’Aids essendo ancora infetta una persona su 10. Una popolazione che a causa di due anni di gravissima siccità ha perso tutti i raccolti oltre che migliaia di capi di bestiame e che su 16,5 milioni di abitanti, secondo gli ultimi dati diffusi a gennaio dal Programma alimentare mondiale (Pam), un totale di circa 5,5 milioni di abitanti delle aree rurali e 2,2 milioni di abitanti nelle aree urbane del Paese soffrono di gravi carenze alimentari. 

Ecco perché le nostre paure possono essere paradossalmente considerate un lusso agli occhi di una popolazione che vive ogni giorno per cause non straordinarie ma ordinarie, il rischio di non farcela fino al prossimo anno, mese, settimana.

Vi parlo di un paese in cui c’è una democrazia a dir poco zoppa in cui il presidente, Emmerson Mnangagwa  teme ogni opposizione, in cui può ancora avvenire che dissidenti che alzano troppo la testa soffrano torture e sparizioni. Un paese in cui le ingentissime risorse naturali sono gestite a vantaggio di pochissimi. Un paese in cui i militari gestiscono il traffico di diamanti e i giornalisti coraggiosi che denunciano ciò che non va, rischiano ogni giorno in prima persona. E mentre tutto questo accade multinazionali che fanno capo soprattutto alla Cina e oggi anche alla Russia pagano anche sottobanco concessioni privilegiate e fanno incetta di materie prime.

E parlo di un paese deluso dopo l’euforia della caduta del regime della presidenza disastrosa di Robert Mugabe. Un paese che aveva sperato di vivere un tempo nuovo di libertà e prosperità e si trova oggi a 40 anni dall’indipendenza con problemi se possibile aggravati, senza che sia dato spazio a soluzioni in grado di risolvere almeno qualcuno degli immensi problemi sul tappeto.

Eppure un popolo eroico nella sua capacità di resistenza, un popolo capace di sperare  ogni volta di nuovo, un popolo paziente e mite, un popolo industrioso e resiliente, che valuta l’istruzione al top delle sue priorità. Che cioè nonostante stenti a sopravvivere continua ad avere il tasso di scolarizzazione fra i più alti d’Africa (87%).

E un paese di fede profonda, plurale e radicata. E’ difficile – come ha sostenuto il prof Ezra Chitando professore di teologia e studi religiosi dell’Università dello Zimbabwe -  stabilire delle percentuali relative alle religioni in Zimbabwe perché esiste una intrinseca multi-religiosità. Cioè, si può essere cristiani, ma allo stesso tempo appartenere alle religioni tradizionali africane, perché molti continuano a osservare le tradizioni delle religioni indigene. Detto questo, i cristiani sono circa l’80%, i mussulmani più o meno l’1-3 %. Si possono, inoltre, trovare anche le maggiori religioni dell’Asia: Confucianesimo, Buddismo, Rastafarianesimo, la fede Baha’i.

Una realtà cristiana in crescita sono le Chiese Indipendenti Africane, chiamate anche le chiese vestite di bianco. È un movimento che cerca di armonizzare la cultura e le religioni tradizionali africane con il cristianesimo. Quando il cristianesimo è arrivato in Africa è stato utilizzato per convertire gli africani. Quello che i Cristiani indipendenti cercano di fare è di convertire il cristianesimo all’Africa.

Una bella realtà che ho avuto il privilegio di conoscere nella mia ultima visita in Zimbabwe è il Consiglio delle Chiese dello Zimbabwe. Il pastore Kenneth Mtata ne è il Segretario generale. Il consiglio, che è nato negli anni ’60, raccoglie 30 chiese membro protestanti e ortodosse. La chiesa cattolica è membro associato. Il Consiglio delle chiese dello Zimbabwe è sempre di più la voce comune delle chiese su questioni di interesse nazionale. Nel periodo precedente le ultime elezioni il consiglio ha incoraggiato a partecipare alle elezioni, a farlo in pace. E dopo le elezioni in più di una occasione ha richiamato tutti ad un processo di  dialogo nazionale basato sulla nonviolenza che abbia come obiettivo uno Zimbabwe pacifico, unito e giusto per tutti.

Parlo molto brevemente della situazione sanitaria del paese, situazione che conosco abbastanza bene seguendo dal 2005 le vicende relative ad un ospedale rurale e ai sei ambulatori situati in un’area priva di infrastrutture di alcun genere.

La situazione dell’Ospedale di Sanyati è simile agli altri Ospedali cosiddetti di missione, che sono privati ma equiparati a quelli statali o regionali. Data la disastrata economia – lo Zimbabwe da anni non ha più una moneta corrente nazionale inghiottita da un inflazione senza controllo già dal 2008 – i salari dei medici e del resto del personale ospedaliero sono sotto la soglia di povertà. I medici ricevono – ma è difficile restare aggiornati giorno per giorno – qualcosa come 80-100 dollari al mese. Le infermiere meno di 50. Ma in Zimbabwe con questa cifra non si copre nulla. Uno sguardo alle merci dei supermercati o ai costi della benzina che sono gli stessi dell’Italia lo dimostrano immediatamente. Così circa 2000 medici sono stati in sciopero per oltre 4 mesi con un danno inimmaginabile per la salute dei pazienti più deboli. E sapete come si è temporaneamente sbloccata la situazione a fine gennaio? Un miliardario zimbabwano ha deciso di pagare lui personalmente 300 dollari al mese ai medici per riportarli al lavoro per 6 mesi. Cosa accadrà dopo i 6 mesi nessuno lo sa ma questa è la situazione.

Comunque gli ospedali soffrono la ormai endemica crisi in molti modi. La nostra ultima visita ha evidenziato oltre le carenze di attrezzature o la quasi impossibilità di riparare i macchinari per mancanza di soldi e pezzi di ricambio, il problema della mancanza di energia elettrica per quasi le 24 ore. La luce torna soltanto, quando torna, solo qualche ora la notte. Questo, in mancanza di soldi per l’acquisto di nafta per far funzionare i generatori, di fatto pregiudica gran parte dell’operatività dell’Ospedale. Inoltre impedisce il normale approvvigionamento di acqua perché senza elettricità le pompe dei pozzi non funzionano. Questa è la situazione di gran parte dei piccoli ospedali rurali e degli ambulatori che sono gli unici presidi di zona per decine di migliaia di persone disperse senza mezzi di trasporto su territori vastissimi. Per questa ragione è urgente fornire agli ospedali impianti fotovoltaici che possano far funzionare le pompe, ma anche frigoriferi e gli altri pochi macchinari medici disponibili. E fornire ai medici e agli/alle infermieri/e incentivi che integrino i loro magrissimi salari. Cosa che noi cerchiamo di fare con Fondi 8x1000 prima solo valdesi/metodisti e oggi anche battisti già da 10 anni.

Un’ultima parola sulla Sartoria Tabitha, che sarà anche una  scuola di cucito, progetto che le chiese battiste italiane hanno dedicato alle donne e hanno costruito con i propri doni. Nell’ultima visita del novembre scorso la sartoria, che si trova nel complesso della Chiesa Emmanuel di Harare che comprende anche la scuola elementare, media e media superiore Martin Luther King, è stata ufficialmente inaugurata. E’ pronto l’ampio locale, sono pronte la macchine, sono pronti i servizi, ma, dato che il black out elettrico ormai da molto tempo è quasi totale, le macchine sono oggi usate pochissimo. Dunque è necessario dotare la sartoria di un impianto fotovoltaico che serva non solo la sartoria ma anche il pozzo che offre gratuitamente acqua potabile a tutta l’area.

Quest’anno l’offerta della Giornata di preghiera delle donne sarà devoluta a questo scopo.

Abbiamo cominciato con l’articolo di Quirico in cui ci si chiedeva se dovremmo considerare la nostra situazione di paura di contagio come un lusso per ricchi che mette in forse per una bolla di tempo la nostra normale routine di garantiti. Io non so se questa maniera di leggere il nostro presente sia quello più adatto, dico solo che nessuno degli Zimbabwani che conosco e con cui sono in giornaliero contatto ha avuto pensieri come quello suggerito dal provocatorio titolo scelto per l’articolo di Quirico. Nessuno ci ha detto: “Beati voi che avete solo il Corona Virus!” Al contrario il nostro referente in Zimbabwe Past. Chiromo come altri pastori e pastore amiche quasi ogni giorno ci scrivono assicurandoci la loro preghiera e quella delle loro chiese per noi perché il contagio non si estenda. Ecco che ha scritto il past. Chiromo al Presidente UCEBI in questi nostri giorni difficili: “Voi restate nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere, signor Presidente. Per noi l’Italia non è solo un paese ma ha dei visi di persone che conosciamo. Sono i genitori dei bimbi/e  e ragazze/i adottati a distanza, è l’amicizia costruita in più di un decennio,  è solidarietà istituzionale che ha preso forme concrete quando dei disastri hanno colpito lo Zimbabwe. E’ guarigione per i sofferenti, è incoraggiamento per gli svantaggiati”.

Una vera lezione di umanità per noi.

Se si costruiscono veri legami d’amore che durano nel tempo, si impara a fare ogni giorno un piccolo esercizio, quello di mettersi nei panni dell’altro, camminando un miglio o due nelle scarpe degli altri, o forse – sarà questo il caso? - proprio senza scarpe. Senza questo piccolo sforzo capiremo ben poco di quello che accade altrove.

Dio ci dia parole nuove di preghiera e qualche pausa di silenzio in questo giorno.

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