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Chiese per l'indipendenza

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Il Referendum nel Sudan del Sud

In Sudan, in questi giorni, si riscrive il calendario liturgico tanto cattolico quanto protestante, e lo si riscrive a partire da un evento che segnerà irrimediabilmente la storia del paese: il referendum per la separazione del sud cristiano, animista e di etnia africana, dal nord arabo e musulmano. Il referendum tenutosi dal 9 al 15 gennaio 2011, previsto dall’Accordo di Pace comprensivo, stipulato tra Nord e Sud del paese nel 2005, ha finalmente permesso ai sudanesi del Sud, residenti anche al Nord e in altri Paesi, di esercitare il diritto all’autodeterminazione. I risultati provvisori appena annunciati mostrano che 50 anni di guerra civile non hanno lasciato dubbi sulla strada da intraprendere: il 99 per cento dei sudanesi del Sud ha scelto la separazione.

 

 

I leader religiosi delle diverse confessioni e denominazioni cristiane, in primo piano l’arcivescovo cattolico Paulino Lukudu Loro e l’arcivescovo anglicano Daniel Deng Bul Yak, hanno svolto un ruolo determinante nel mobilitare i membri delle proprie comunità a registrarsi per tempo e votare. L’esortazione a partecipare al referendum è stata lanciata dai pulpiti di ogni confessione e denominazione, domenica dopo domenica, e incessantemente sottolineata da preghiere di intercessione per lo svolgimento pacifico e regolare del referendum.

Un tale attivo coinvolgimento delle chiese nei confronti del referendum non stupisce, se si considera che l’inclusione del principio di autodeterminazione nell’Accordo di Pace comprensivo del 2005 è il risultato del lavoro di lobby delle chiese stesse. Il diritto all’autodeterminazione è inteso come un diritto umano, come una fondamentale questione di dignità e integrità di ogni persona, e su tali argomenti le chiese si sentono perfettamente legittimate a esprimersi. Come in molti paesi in conflitto o reduci da lunghi periodi di conflitto, anche nel Sud del Sudan le chiese sono il principale punto di riferimento per la popolazione: presenti quasi ovunque sul territorio, vivono a stretto contatto con la gente, sanno cosa la gente pensa e di che cosa ha bisogno.

La posizione delle chiese e dei loro leader tra base della popolazione e leadership politica fa di queste un canale di comunicazione a doppio senso: le chiese sono state e continuano a essere un prezioso aiuto alla leadership politica del paese nel trasmettere determinati messaggi alla popolazione. In una cultura in cui l’accesso a televisione e giornali è limitato e la comunicazione è prevalentemente orale, i pulpiti sono tra i maggiori e più efficaci canali di comunicazione. Quando la macchina del referendum tardava a mettersi in moto per scarsa competenza del governo del Sud e ancora minore volontà politica del governo del Nord, le chiese erano già impegnate nel compito di informare e mobilitare la popolazione. E il risultato di questo lavoro è stato positivamente sorprendente: il referendum si è tenuto nelle date previste dall’Accordo di Pace, la partecipazione è stata elevatissima oltre che pacifica.

Il tanto atteso referendum non è il solo ambito in cui la leadership politica del sud Sudan ha avuto e continua ad avere bisogno delle chiese. Tra la gente del sud del Sudan cresce l’aspettativa che l’indipendenza dal Nord segnerà, quasi automaticamente, l’inizio di un tempo di pace e prosperità. La leadership politica sa però bene che una volta risolta la questione della forzata e poco gradita convivenza con il Nord, la pace e la prosperità del neo-stato dipenderà considerevolmente dagli equilibri tra i circa 500 gruppi etnici del sud del paese, costantemente in conflitto tra loro. La lotta contro il nemico comune, il Nord, ha funzionato fino a questo momento da incentivo nel tenere a bada tali conflitti etnici, ma all’indomani della dichiarazione d’indipendenza, prevista per il 9 luglio 2011, tali conflitti potrebbero acuirsi, fomentati anche dal nord secondo un programma ampiamente testato di destabilizzazione del Sud tramite gruppi armati locali. Il tribalismo minaccia seriamente il futuro del sud del Sudan, lo sa il governo e lo sanno le chiese. E anche per questo il governo ha bisogno delle chiese, perché le chiese sono la maggiore se non l’unica espressione della società civile capace di intervenire alla base per mitigare conflitti etnici e sostenere processi di riconciliazione.

Le chiese rispondono proponendo il modello della chiesa come unico corpo di Cristo pur nella diversità delle membra. L’unità religiosa cristiana del sud del Sudan è vista come la forza in grado di contenere la minaccia disgregante del tribalismo.

Le chiese hanno svolto un ruolo importantissimo in questo momento storico della vita del sud del Sudan, il governo ha chiesto il loro aiuto e le chiese hanno risposto. È questo abbraccio tanto stretto da rischiare di soffocare la voce profetica delle chiese? Forse no. Il 16 gennaio 2011, prima domenica dopo il referendum, l’arcivescovo anglicano Daniel Deng Bul Yak così si è rivolto ai tanti politici seduti nelle prime file: fino a questo momento siamo stati con voi, con il Governo del Sud del Sudan. Adesso però il governo deve dimostrare di sapere stare dalla parte della gente. Se non sarà dalla parte della gente, ci saremo noi.

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Daniela Lucia Rapisarda è docente presto il Bishop Gwynne Theological College di Juba, Sudan del sud.

(Fonte: settimanale «Riforma», n. 7 del 18 febbraio 2011)


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