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Può venire qualcosa di buono da Castel Volturno?

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Una voce dalla Giornata di testimonianza e solidarietà a Castel Volturno del 2 ottobre

ROMA, 7 ottobre 2010 - Il 2 ottobre si è svolta a Castel Volturno (Caserta) la giornata di testimonianza e solidarietà con le chiese africane organizzata congiuntamente dall’Unione cristiana evangelica battista d’Italia e dalla Federazione chiese Pentecostali, con la collaborazione del programma “Essere Chiesa Insieme” della Federazione chiese evangeliche in Italia. E’ stata un’occasione preziosa per conoscersi e celebrare insieme il Signore, un momento intenso di comunione e condivisione a cui hanno partecipato alcune centinaia di persone fra cui una ventina di pastori italiani e una decina di pastori e pastore africani della zona.

Di Castel Volturno e di tutta l’area del casertano si parla sempre mettendone in evidenza il degrado e mai si fa cenno al lavoro quotidiano delle chiese per contrastare la malavita e per promuovere il riscatto sociale e morale del territorio.  L’iniziativa del 2 ottobre ha inteso portare alla luce  queste comunità di fede, promuoverne l’incontro anche in vista della creazione di un coordinamento che le renda soggetto visibile e interlocutore non più trascurabile da parte delle autorità locali. Qualcuno dei pastori africani presenti ha citato la frase ironica di chi riferendosi a Gesù si chiedeva: “Può mai venire qualcosa di buono da Nazareth?”. Ecco: può mai venire qualcosa di buono da Castel Volturno? La risposta è un sì deciso. Chi era a Castel Volturno il 2 ottobre scorso se ne è accorto.

Riportiamo di seguito l’intervento di saluto che il pastore Massimo Aprile ha pronunciato a nome dell’UCEBI all’apertura dei lavori.

Nessuno tra gli italiani qui presenti avrebbe potuto immaginare, poco più che 20 anni fa, che il nostro Paese sarebbe diventato una nazione in cui razzismo e xenofobia abitano stabilmente nelle sue case e ispirano alcune delle sue leggi. Non lo avremmo potuto immaginare neppure all’indomani dell’assassinio di Jerry Masslo, il giovane immigrato sudafricano ucciso a Castel Volturno da una banda di criminali italiani, il 25 agosto del 1989. La cosa più umana che sapemmo dare in cambio a Jerry fu un grande funerale cattolico, a lui che era di fede battista.

Abbiamo creduto e abbiamo voluto credere che si trattasse di un episodio grave e drammatico, ma circoscritto e senza seguito.

Eravamo convinti che un popolo, il nostro, che aveva conosciuto il dramma dell’emigrazione e gli ostracismi che ad essa si accompagnano, fosse impedito, per ragioni storiche e di esperienza, di restituire la stessa moneta a quelli che adesso si affacciavano alla soglia di casa nostra.

Abbiamo voluto credere che le radici cristiane della nostra cultura, oggi così spesso richiamate, fossero una barriera sufficiente per resistere alle spinte xenofobe.

Abbiamo voluto credere che la resistenza alla barbarie del nazi-fascismo che ha orientato e informato la nostra Carta Costituzionale, avrebbe impedito una strage razzista, come quella compiuta dalla camorra in queste terre, il 18 settembre 2008.

Ci sbagliavamo. Ci sbagliavamo grandemente.

A cosa è dovuto questo errore di valutazione?

Noi - che politici non siamo e dunque non siamo mossi dalla preoccupazione di cavalcare il consenso elettorale che ora spira a favore di chi vuole alimentare sentimenti di ostilità verso immigrati e Rom e che soffia sul pericoloso fuoco - “Sei immigrato? Allora sei anche colpevole! Sei clandestino? Allora sei anche un criminale!” -  noi guardiamo  alla realtà con uno sguardo diverso.

Il nostro è uno sguardo principalmente spirituale, che desideriamo sia illuminato dalla Parola di Dio.

Allora possiamo dire che la sottovalutazione, o meglio il vero e proprio errore di valutazione, ha invece nel linguaggio un nome preciso e chiaro: “PECCATO”.

Il peccato, oggi, lo vediamo con maggiore lucidità che nel passato, è una realtà strutturale ed è un male che ne comprende molti altri.

Il peccato è l’ingiustizia sociale e lo sfruttamento dei poveri del mondo.  Milioni di persone sono costrette a venire nel nostro Paese non perché attratte dalla pizza o dal sole, e neppure dalla nostra vantata civiltà, ma perché respinte da una miseria grave e dilagante che riguarda tanti Paesi del Sud del mondo; quei Paesi per i quali, 10 anni fa, avevamo preso l’impegno, con gli “Obiettivi del Millennio” di dimezzare la povertà entro 15 anni e che, mentre siamo arrivati al decimo anno, sono ancora molto lontani per la mancata assunzione di responsabilità da parte dei paesi occidentali.

Il peccato si chiama Camorra. Un’organizzazione criminale nata nel Sud Italia, ma ormai ben infiltrata nei territori del Nord e ben inserita nei circuiti finanziari nazionali e internazionali, nonché insediata tra diversi uomini che sono sugli scranni del nostro parlamento. Uomini che con animo violento e cinico sono pronti a sfruttare smarrimento e disperazione di tanti immigrati allo sbando per difendere o comunque non contrastare traffici illeciti, primo tra tutti quel malefico affare di morte che si chiama droga.

Il peccato si chiama opportunismo politico. Un peccato sulle cui innumerevoli declinazioni potremmo intrattenerci per ore e che permette di dire al Sindaco di Castel Volturno, in una pubblica intervista, in occasione di un momento commemorativo di quella strage del 2008: “Se fosse per me farei come hanno fatto a Rosarno…”.

Il PECCATO è un virus che diffonde malattia e morte a tutti i livelli, e quanto più lo si lascia agire indisturbato, senza somministrare le medicine del dialogo, dell’onestà, della responsabilità, delle legislazioni giuste, può avere effetti devastanti intossicando le coscienze dei singoli e trasfigurando la cultura di un intero popolo.

Ma noi non siamo qui semplicemente per unirci al coro di quelli che sono scandalizzati per il clima di corruzione che affligge il nostro paese. Certo vogliamo guardarci da quel lievito malefico del peccato che Gesù vedeva in alcuni pii scribi e farisei del suo tempo e che noi riscontriamo in alcuni uomini in giacca e cravatta del nostro tempo.

Noi siamo qui anche e soprattutto per rallegrarci  per quel che Dio sta compiendo, proprio in questi territori.

A Castel Volturno e zone limitrofe si moltiplicano le chiese cristiane, tra cui sono numerose quelle evangeliche formate da italiani e da immigrati, che ogni giorno, soprattutto ogni domenica, si raccolgono intorno alla Parola di Gesù Cristo per meditarla e per annunciarla.

Tremino tutti i poteri del male! Si preparino alla resa tutti i camorristi! Si affrettino a organizzare la fuga tutti i politici fomentatori di violenza e razzismo! Dove la Parola di Cristo arriva, i diavoli schiumano, si contorcono, sudano freddo e invocano di andare a vivere nei maiali, dentro i quali si buttano a precipizio verso la loro stessa autodistruzione.

Noi ci rallegriamo della Buona Notizia, del fatto che nel buio desolato di Castel Volturno il Signore ha già acceso una luce. Il Regno è qui seminato come un seme piccolo e invisibile agli occhi dei più, che però sotto terra sta già compiendo il suo lavoro e che, quando germoglierà, genererà stupore e gioia in alcuni ma paura e panico tra coloro che sono riprovati.

Le nostre chiese, battiste, pentecostali, presbiteriane, cattoliche, insieme, mano nella mano, vogliono far risuonare nel deserto in questa terra di “Gomorra” il nome di Gesù Cristo, il Signore della vita, della verità, della giustizia e della pace.

Noi non siamo la Parola, ma vogliamo essere la voce di uno che nel deserto la GRIDA.

Continueremo ad annunciarla la domenica dai nostri pulpiti, e negli altri giorni della settimana la sussurreremo, senza clamori,  nell’orecchio dalle nostre associazioni umanitarie, di accoglienza e di amicizia con gli immigrati.

Non ci scoraggeremo, perché ci sentiamo parte di un popolo che marcia da molti anni e che nella fede in Cristo coltiva e conserva un’interiore e incrollabile convinzione:

WE shall overcome!

In the name of Jesus Christ, our Lord and Savior

We shall overcome.

Nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, noi trionferemo!


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