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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Quando le ruspe smantellano la dignità

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TORINO, 2 luglio 2010 - Erano trascorsi esattamente dodici giorni  dalla tappa del Camper dell’Amicizia, al Dado di Settimo Torinese. Infatti il 16 giugno, in maniera festosa  ed amichevole, l’Unione Battista “celebrava” la fraternità e la vicinanza nei confronti del popolo rom, e lunedì ventotto giugno alle 6,30 del mattino, andava in scena a Moncalieri una vera e drammatica realtà. Si consumava l’ultimo atto di un percorso sofferto: lo smantellamento della piccola baraccopoli abitata dai rom di cittadinanza rumena.

Lo scenario, mi è sembrato quello di un film felliniano. Per evacuare quattro famiglie di nomadi, sono intervenuti il Battaglione dei Carabinieri di Moncalieri, la Compagnia Territoriale della medesima Arma, il Corpo della Polizia Municipale, coordinata dal comandante Ugo Esposito.

Per la circostanza è stata chiesta, oltre alla mia presenza come Chiesa Battista di Moncalieri, la presenza della dirigente dei Servizi Sociali, di alcuni esponenti di Terra del Fuoco (Gruppo Abele), nonché la partecipazione di alcuni volontari della parrocchia di via Maroncelli in Moncalieri; per inciso, tale comunità cattolica, aveva donato recentemente una roulotte, alla famiglia che frequenta la nostra chiesa battista.

Erano anche presenti i  tecnici dell’ASL, per rimuovere i tetti in amianto a copertura delle baracche.

I primi ad essere allontanati, previo brusco risveglio, sono stati i bambini. Ciò per evitare il trauma psicologico di veder demolire quelle che erano, per loro, piccole certezze di una quotidianità marginale. Mentre una volontaria li sposta, i piccoli camminano e mi guardano con volto incredulo. Poi, l’inevitabile tempo delle tensioni: concessa un’ora per portare fuori dalle baracche le cose ancora utili e gli effetti personali. Dopodiché arriva la domanda dei rom: “dove andiamo, adesso?”; risposta: “ovunque, ma via da Moncalieri!”. Con ciò, inevitabilmente si accendono i toni.

Mentre il Comune ha realizzato lo sgombero con ruspe, camion per le macerie, trattori per agganciare le tre roulotte fatiscenti, la medesima amministrazione non ha voluto approntare il passo successivo, che avrebbe dovuto prevedere la ricollocazione presso una nuova area. La baraccopoli esisteva da cinque anni, ed i rom sono stati lì, con la consapevolezza di Palazzo Civico. In questo frattempo non si è pensato ad una politica sociale, non si è studiato un progetto volto ad offrire una possibilità di riscatto nei confronti di  queste persone, su cui gravano pregiudizi e leggende eterne.

A Settimo Torinese, l’amministrazione comunale ha avuto il coraggio di farlo e, come dice la responsabile del Dado, dott.ssa Rosanna Falsetta, i “suoi” rom, a dispetto delle dicerie, lavorano tutti e i bambini vanno a scuola regolarmente. Tale realtà smentisce lo stereotipo dello zingaro sporco, mendicante e ladro.

In questi mesi, l’unica cosa che i miei interventi hanno sortito nei confronti dei rom, è stato lo spostare in avanti la data dello sgombero, che era previsto il 19 aprile. Nel frattempo, alcune famiglie sono tornate in Romania. Per ogni successivo progetto di aiuto sociale, a livello istituzionale,  ho atteso invano che si costituisse un “tavolo” tra amministrazione comunale ed associazioni (chiesa battista inclusa), ma tale speranza è stata disattesa. Alla termine di questo percorso, per il nostro famoso nucleo rom di fede evangelica, noto come “la famiglia di Maria” c’è un lieto fine. Personalmente li ho seguiti fin dal giorno del loro ingresso nella nostra comunità. Abbiamo sofferto insieme e sperato insieme. Ma ora devo ringraziare i miei colleghi di Terra del Fuoco (costola del Gruppo Abele che si occupa di immigrati e rom), specialmente Rosanna Falsetta che ha ospitato la tappa torinese del Camper dell’Amicizia, perché grazie a loro, Maria, suo fratello portatore di ritardo mentale,  i quattro bambini e la nonna, oggi vivono in un campo di sosta regolare. Lontani dal degrado ambientale, lontani dai topi e dal fango, lontani da precarie baracche e, soprattutto, lontani dal dito puntato. Un ulteriore grazie a questa associazione per l’impegno profuso nel sollecitare l’autorizzazione della Prefettura a stanziare nel campo, ovvero un terreno di area verde che tale ente gestisce privatamente, per accogliere diverse famiglie rom. Il campo è pulito ed attrezzato, idoneo a restituire un’immagine dignitosa alle persone che vi abitano. A conclusione di questo scritto, vorrei offrirvi una sintesi di ciò che da questa esperienza abbiamo appreso. Nella nostra società, come tutti sappiamo, abbiamo cittadini onesti e rispettosi delle regole, e ne abbiamo altri che vivono al di fuori dei confini delle leggi. Il mondo dei rom, replica tale meccanismo: ci sono gli onesti ed i malviventi, ma delinquenti non si nasce, piuttosto si diventa, soprattutto là dove non si creano le condizioni per realizzare un ambiente sociale in cui valori e legalità vanno a braccetto.

Nella nostra piccola chiesa qualcuno ha fatto fatica a capire perché mi attivassi con passione in favore di chi ha bussato alla nostra porta. “Ma sono zingari!”, si è pensato. Eppure, mi sono lasciato guidare dalla lettera di Giacomo: “Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano di cibo quotidiano, e se uno di voi dice loro: “Andate in pace, scaldatevi e saziatevi”, ma non date loro le cose necessarie per il corpo, a che cosa serve?” (Gc.2,15-16). E questo, cari lettori, vale anche per i rom.