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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Violenza contro la comunità Usbeca L’ Appello della Federazione Battista Europea

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Siamo costernati nell'apprendere dell'acuirsi del conflitto che sta piegando le regioni dell'Asia centrale ed in particolare quella della Repubblica del Kyrgyzstan e specialmente dell'attacco etnico sulla comunità Usbeca. Molti Usbechi stanno lasciando le loro case a causa delle violenze di questi giorni, creando così un gran numero di rifugiati che si accalcano alle frontiere. La Federazione battista europea (EBF) sta ricevendo in queste ore informazioni di prima mano che testimoniano l'orribile violenza che dilaga nella regione.

L'Unione battista russa informa l'EFB sulla richiesta di soldi e cibo avanzata dai battisti del Kyrgyzstan per la zona sud della città di Osh pesantemente danneggiata dagli attacchi di questi giorni, con molte costruzioni distrutte e con rifugiati che hanno bisogno di tutto. I battisti russi hanno inviato ad Osh una loro delegazione per registrare le necessità sul posto e fanno quindi appello alla più vasta famiglia battista per un aiuto economico ed un sostegno alle popolazioni interessate. Sebbene l'Unione Battista del Kyrgyzstan non sia membro della Federazione battista europea, quest'ultima risponde all'appello dei russi e sopratutto all'appello dei fratelli e delle sorelle nel nome di Cristo in quanto si tratta di crisi umanitaria. L'EBF quindi fa appello ai Battisti Italiani e a quanti hanno a cuore la situazione per un aiuto monetario immediato da inviare all'UCEBI che utilizzerà i canali della Federazione battista europea per raggiungere le popolazioni colpite. Invochiamo nostro Signore in preghiera affinché si giunga ad una soluzione pacifica della crisi in Kyrgyzstan.

 

Segue una testimonianza di prima mano raccolta dal pastore Nunzio Loiudice in occasione di un incontro internazionale tenutosi a Praga in cui si evidenziano anche altri gravi problemi nell’Uzbekistan, quali la violenza verso le minoranze religiose, l’estrema povertà della popolazione e l’abbandono particolarmente di alcune categorie di  ammalati.

“Non riesco più a dormire tranquilla dopo ciò che ho visto...” sembra una frase tratta da un libro su Auschwitz mentre invece sono parole accorate che escono dalla bocca e sulle onde di una dolce voce e di un cuore tenero di una ragazza usbeca che ho incontrato di recente. Per questione di sicurezza non posso rivelare né il suo nome e né il nome della località di provenienza e per questo la chiameremo la giovane di Sarepta dell'Uzbekistan.

Nel suo racconto c'è l'ombra di un posto anonimo in Uzbekistan, la nazione oggi è al centro delle cronache. La ragazza ha chiesto di tenere segreto il suo nome ed il nome del paese in cui vive, insieme alla sua comunità battista, perché estremisti islamici la minacciano. Tuttavia lei non ci parla della persecuzione subita dalla sua comunità, ma di qualcosa di ancora più terribile: l'orrore di un ospedale dove sono ricoverati malati tubercolotici e malati psichiatrici. Tutto regolare se non fosse per il fatto che i malati sono lasciati a loro stessi, senza né cure, né cibo.

Gli occhi della giovane di Sarepta iniziano a riempirsi di lacrime quando ci rivela che a scoprire quest'orrore è stata una sorella di chiesa, una chiesa ridotta al silenzio dalla dura persecuzione, “come fai ad aiutare quando non puoi neanche rivelare la tua identità?”.

Di nascosto la chiesa ha comunque deciso di affrontare il dramma; di nascosto e senza rivelare la propria identità i fratelli e le sorelle usbeche, compresa la giovane, hanno iniziato a portare del pane. Quando non avevano soldi impastavano e infornavano il pane loro stessi.

Sul viso della ragazza si ripresentano le lacrime mentre racconta la scena della zuffa per il pane; “ma c'è posto sulla terra più terribile di questo?”. Sì nel cuore umano. Tuttavia l'amara storia si interrompe quando la sua stessa voce si schiarisce raccontando come questa esperienza drammatica si apre alla speranza. I malati, giorno dopo giorno, iniziano a  capire l'origine dell’attenzione e dell’affetto loro riservati, iniziano a fare il segno della croce, proibitissimo in Uzbekistan, iniziano a sorridere, iniziano a riprendersi con “iniezioni” di vita e di speranza. La giovane di Sarepta è felice, ma ha dato a noi, presenti alla sua testimonianza, l’incarico di dar voce a chi non può farlo. La giovane e la sua comunità non hanno niente, solo Dio e la preghiera, e lo sforzo di offrire un po' di verdura e magari anche qualche volta un pezzo di carne ai malati di quell'ospedale. Faccio appello a tutti voi affinché possiate unirvi alla preghiera perché Sarepta in Uzbekistan possa continuare a testimoniare l'amore di Cristo e farlo, un giorno, nella libertà, senza essere costretta a nascondersi.