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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Home Nonsolobattisti Il popolo che prega. Una settimana fra i protestanti coreani

Il popolo che prega. Una settimana fra i protestanti coreani

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ROMA, 15 marzo 2010 - Per chi, di fede evangelica, proviene da un paese come l’Italia, dove il protestantesimo è ancora un oggetto misterioso per la maggioranza dei nostri concittadini, dove il cristianesimo è sinonimo di cattolicesimo, dove i giornalisti religiosi sono sempre vaticanisti e l’insegnamento confessionale cattolico non prevede alternative per coloro che desiderano non avvalersene, visitare la Corea del sud rinfranca lo spirito e incoraggia a sperare.

No, non si tratta soltanto di numeri. E’ vero che oggi le chiese evangeliche in Corea contano circa 12 milioni di membri e , insieme ai 3 milioni di cattolici, costituiscono circa un terzo della popolazione, ma questo si verifica anche in altri paesi del centro e nord Europa. Il fatto è che questi credenti di fede riformata costituiscono un movimento estremamente interessante, inedito e in controtendenza rispetto alle altre chiese protestanti storiche perché sono fortemente in crescita. No, non sono soltanto i numeri che stupiscono. Quello che stupisce è la fede! Quello che stupisce è la serietà, la fedeltà, la compattezza. Quello che stupisce e incanta è vedere persone di tutte le età recarsi a frotte al culto la domenica, ingrossare i cori, seguire le letture rigorosamente sulla propria bibbia, testo personalmente  meditato, visitato e vissuto, pregare con profonda partecipazione, vivendo con sobrietà e senza esibizionismo un discepolato che tuttavia non viene nascosto. Forse l’aspetto più peculiare di queste chiese presbiteriane, battiste, metodiste e pentecostali, tutte, senza eccezioni, è la consuetudine di dedicare le primissime ore del giorno, di ogni giorno, alla preghiera individuale ma vissuta collettivamente nelle chiese. Ogni mattina nelle chiese evangeliche piccole e grandi della Corea verso le 5 e mezzo un esercito di credenti spunta silenziosamente da ogni angolo e raggiunge il luogo di culto più vicino, quello che nella notte mostra una croce rossa luminosa nel punto più alto, la chiesa protestante. Comincia così in preghiera a quell’ora la giornata dei cristiani evangelici coreani. Non sono piccoli sparuti gruppi di persone, magari donne in età avanzata, sono migliaia e migliaia di persone di età diverse, uomini e donne. Il popolo si raduna, poi il pastore invita al canto, legge un brano biblico, pacatamente lo medita per circa 15 minuti e poi ciascuno innalza la sua preghiera, non a turno, tutti insieme. Qualcuno lo fa a voce alta, ma la maggioranza prega silenziosamente, per non disturbare la preghiera degli altri. Mentre un sottofondo di musica di inni suggerisce pensieri di fede a chi riflette in silenzio.  Dopo circa 45 minuti silenziosamente e alla spicciolata ci si reca nei luoghi di lavoro o si torna a casa. La giornata è cominciata. Così.

Forse è  proprio la preghiera il segreto di questo fenomeno per il quale in poco più di un secolo di vita la fede evangelica si è così diffusa. Senza guerre di religione, senza imposizioni di sorta, pacificamente, con la testimonianza di centinaia, man mano di migliaia di persone, le piccole povere chiese costruite a fine ‘800 o nei primi decenni del ‘900 con fatica e sacrificio si sono moltiplicate e diffuse in ogni luogo e poi sono cresciute e si sono allargate, ancora e ancora. La società coreana nel frattempo è cambiata, da poverissima che era ha avuto uno sviluppo che ha del miracoloso per la sua rapidità se si pensa che nel 1953, dopo la guerra di Corea, cominciava da zero perché il paese era completamente distrutto. Vi sono chiese che contano oggi anche 50.000 membri, la più grande chiesa presbiteriana ne ha 80.000! Non sono semplicemente iscritti in vecchi elenchi mai più controllati, sono persone presenti, frequentanti e attive nella vita delle chiese di cui fanno parte.

La consacrazione e lo spirito di missione si sono evidentemente sposati con una grandissima capacità organizzativa capillare per la quale ognuna di quelle migliaia di persone svolge un qualche servizio utile, essenziale per l’opera del Signore nella sua chiesa locale e fuori. Ciascuno è ministro di Dio e discepolo di Gesù Cristo. Tutti sono inviati e tutti vanno.

Le facoltà di teologia pullulano di studenti che si preparano al pastorato e i pastori vivono il proprio ministero con un impegno e una disciplina che, come avveniva per i primi riformatori si modella sulla Parola di Dio.

Cosa dire? Una visita di una settimana non basta per conoscere una realtà così vasta e composita, ma è sufficiente per comprendere che qui c’è qualcosa da investigare e che tale analisi non può essere espressa soltanto in categorie sociologiche. I credenti sono chiamati a riconoscere i segni del Regno dei cieli, come Cristo invitò i suoi discepoli a fare. E ad invocare lo Spirito perché in questo tempo di decadenza  rinnovi la sua chiesa in ogni dove e di nuovo la mandi ad annunciare il Regno di Dio. Anche qui. Anche in mezzo a noi.