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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Ti racconto una storia Rom

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MONCALIERI, 2 febbraio 2009 - Sul quotidiano “L’Unità” del 16 maggio del 2008, venne pubblicata una lettera di Luigi Ciotti, intitolata "Io chiedo scusa”.  La lettera, apriva con un rispettoso “Cara Signora” molto toccante, a commento dello sgombero di un campo rom a Ponticelli (NA).

I rom danno fastidio, rubano, puzzano…che invito a nozze, per me che sono un po’ folle. Chiedo a Ciotti di dar seguito a quella lettera, aiutandoci a riflettere anche in sede “protestante” e per questo lo invito a parlarne in una nostra chiesa a Torino. E poiché noi abbiamo una comunità nel Veneto, interamente composta da rom integrati di fede evangelica, vedo bene l’organizzare una tavola rotonda sull’argomento. Quindi, per svolgere la conferenza in maniera più rappresentativa, invito la  presidente dell’Unione Battista, e così tra Luigi Ciotti e la pastora Anna Maffei, conduco la serata e ascolto. Il nome del prete antimafia fa sempre da cassa di risonanza, ed infatti la chiesa è piena. Il sabato successivo, viene a cantare un complesso di musica rom, l’orchestra Svoboda, ed io porto quasi tutte le ragazze della comunità di accoglienza in cui lavoro, a San Mauro Torinese.

Le nostre utenti, per l’occasione ballicchiano e battono le mani al ritmo della musica. Passa molto tempo, ma viene sempre il momento di tradurre in realtà tutto ciò che è la teoria. Tre mesi orsono, una bambina rom, qui a Moncalieri, è riversa in strada e piange contorcendosi. Il caso vuole che in quel momento passi una donna della mia chiesa che si china su di lei, chiedendole cosa le fosse successo: la bimba si chiama Laura*, ha sette anni, e non mangia da un giorno intero: ha un gran mal di stomaco per la fame. Anna Maria, la signora, chiede alla bambina dove abita. “In una baracca, vicino al fiume”, risponde. Con tanto coraggio, perché è buio, accompagna la piccola alla baracca e così si confronta con una realtà, fino a quel giorno per lei sconosciuta. Si tratta di un piccolo insediamento fatiscente sulle sponde del fiume Po. Ci sotto sette baracchette e tra queste, quella in cui Laura abita. Sono arrivati sette mesi fa dalla Romania. Il marito  aveva già abbandonato la famiglia nel suolo patrio.  Mamma, quattro bambini, tre femmine di 5, 7 ed 11 anni, un maschietto di 9 e l’anziana nonna materna. Inoltre, c’è uno zio, fratello della mamma dei piccoli, che è affetto da un evidente problema mentale: guarda nel vuoto e ride. La giovane mamma, che ha tutto sulle spalle,  “guadagna” monete ricavate dal lavaggio dei vetri agli incroci, ma non sono sufficienti per sfamare tutte quelle bocche; eppure è l’unico mezzo moralmente “pulito” per guadagnare qualche soldo. Ma è anche un modo legalmente sanzionabile, e così la settimana scorsa si è presa una multa di 60 euro, che non potrà mai pagare. Ma facendo un passo indietro, torniamo all’esordio della nostra storia. La sera in cui Anna Maria incontra la piccola Laura, io sono a S. Mauro, al lavoro nella comunità del Gruppo Abele. Anna Maria mi telefona sul cellulare e mi racconta. E’ venerdì. Il giorno dopo mia moglie va alla baracca per verificare la situazione e porta del cibo. C’è solo una bombola a gas che alimenta un fornello, per procurare un po’ di caldo, viste le temperature rigide. Non c’è elettricità, ma c’è molta umidità ed un numero generoso di grossi topi, appena fuori la baracca. Non avendo un contratto di lavoro,  la mamma dei bambini (immigrata comunitaria irregolare) è invisibile. Parlo alla chiesa: li aiutiamo noi, non con soldi che non abbiamo, ma con beni di prima necessità. Cioè, quelle cose per la vita di ogni giorno che per noi sono scontate, ma che per loro rappresentato beni di lusso. Non avevano posate ed i bambini mangiavano con le mani, non avevano lenzuola, non avevano asciugamani, bicchieri, ecc. Ci rivolgiamo al servizio sociale del Comune di Moncalieri. Gli zingari sono un problema. Il servizio sociale non ha risorse. Ma a casa mia c’è una doccia, una lavatrice (non si può lavare tutto a mano) e la possibilità di portare la domenica i bambini presso il nostro alloggio, affinché anche per loro quel giorno, come per noi, non scorra uguale agli altri, ma sia di festa. A volte capita che la casa del pastore sia provvidenziale. Hanno voglia di “normalità”. Iniziano anche a frequentare  la liturgia della domenica mattina. Perché si canta, e a loro piace…la nostra piccola cappella offre loro un’oretta di caldo…I piccoli rom partecipano alla catechesi dei bambini. La nostra monitrice è peruviana e li accoglie con gioia. Anche lei in Perù, conobbe la fame. Mia figlia Alessandra diventa amica della bimba più grande, Carla, che ha 11 anni. Sono coetanee e subito Alessandra capisce che alla sua nuova amichetta è stato rubato qualcosa. Ma stavolta non sono stati gli zingari a rubare, è stata la società civile. Le è stata rubata la gioia e la bellezza dell’infanzia. Perché noi dobbiamo mettere a bilancio, non lo stato sociale, ma l’acquisto di armi ed il mantenimento di soldati che vengono mandati in giro per il mondo in “operazioni militari”, eufemismo per dire che vanno a far guerra.  E poi, non posso dimenticare il solo bimbo maschio: ha 9 anni ed è deprivato a livello affettivo: cerca la figura, l’immagine del padre. Ha fatto il transfert. Mi si appiccica come l’Attak. A metà gennaio abbiamo regalato loro un generatore elettrico, che funziona a benzina. Davide, un elettricista, componente della mia chiesa, lo ha messo in funzione. Via le candele, e partono i sorrisi raggianti dei bambini e della vecchia nonna. In tal modo, si può anche vedere la televisione.

Poi, c’è la questione sanitaria. Hanno diritto ad essere seguiti da un medico del territorio di Moncalieri, “il dottore degli stranieri”. Ma la nostra famiglia rom, ha difficoltà non tanto a spiegare al medico i sintomi dei disturbi, quanto a capire bene i dosaggi dei farmaci. Ed è per questo che Graziella, mia moglie  (e le mogli dei pastori, è proprio vero che condividono il ministero), va ogni volta con loro dal medico che, tra l’altro, visita solo il lunedì ed il giovedì. Negli altri giorni è proibito ammalarsi, o se proprio si deve trasgredire alla regola, bisogna correre al Pronto Soccorso.

Fa freddo, siamo al primo di febbraio e la nostra storia continua e continuerà, anche dopo il punto ortografico che chiuderà questa mia testimonianza. Intanto, se qualcuno di voi possedesse qualche bene di lusso di cui non se ne fa nulla, me lo faccia sapere: vestiti, cancelleria per i bambini, asciugamani, patate (ne vanno ghiotti e costa poco)….

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* Per motivi di privacy alcuni nomi sono stati  stati sostituiti con nomi di fantasia