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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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L'acqua che fa gola

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ROMA, 13 novembre 2009 - La Chiesa Battista contiene l'acqua praticamente nel suo nome. Per noi il battesimo d'acqua è la scelte consapevole del credente di voler vivere la fede cristiana. Scegliere è un elemento centrale nella fede Battista. Le nostre chiese sono nate di fronte a una pluralità di credi e hanno da sempre difeso la libera scelta. Essendo stati i battisti stessi oggetto di persecuzione, hanno non solo difeso il proprio diritto di scelta, ma anche quello degli altri di scegliere diversamente. La difesa della pluralità e del diritto dell'altro è tanto importante quanto la libertà di poter esprimere la propria scelta.  Ebbene, la libertà di scelta nel nostro paese viene circoncisa sempre di più. La maggior parte della stampa non è più libera di scegliere quello che scrive senza doverne subire gravi conseguenze. La fede religiosa non è libera espressione di credo, ma impone i suoi simboli in aule e spazi pubblici come valori culturali e svuota così il loro significato spirituale. L'economia non è più libera concorrenza del mercato, ma protezione degli interessi dei forti a sacrificio delle imprese dei deboli.

L'ultimo capitolo di questa lacerazione delle libertà civili è stato scritto dal Consiglio dei Ministri il 9 settembre 2009. Quel giorno con l’articolo 15 del decreto legge numero 135, ha approvato la definitiva privatizzazione dell'acqua. Fermi, “non della proprietà dell'acqua, solo della sua gestione”, si legge sui quotidiani. Purtroppo la proprietà demaniale non conta niente quando, come è successo in un piccolo comune della Campania, la sorgente a monte, prima di arrivare in paese viene imbottigliata da chi vende l'acqua a caro prezzo, mentre al comune non rimane che ordinare il razionamento dell'acqua di rete. In 14 regioni su 20 le aziende private dell'industria dell'acqua minerale non pagano alcun canone per la quantità di acqua effettivamente prelevata, ma solo un “canone di coltivazione”, in pratica l'affitto del terreno all'interno del quale sorge l'acqua. Considerando questi dati diventa chiaro che chi gestisce l'acqua di fatti né ha la proprietà.

Alcuni giorni fa la chiesa metodista del mio comune aveva organizzato un incontro con l'assessore all'ambiente che in una lunga conversazione ci ha illustrato le difficoltà locali per ampliare la raccolta differenziata dei rifiuti e il timore di dover tra qualche anno procedere a bruciarli con le conseguenti emissioni di diossina e altre sostanze tossiche per esseri umani e ambiente. Fu un freddo e piovoso pomeriggio domenicale in un orario di siesta, ma i presenti erano più di 40 persone, preoccupate dalle notizie trapelate. Per un ora e mezza ci siamo interrogati sulle possibili soluzioni – totalmente in vano, perché il decreto vale anche per la gestione dei rifiuti, insieme a quelli dei trasporti, dell'energia e del gas. Entro il 2012 tutto dovrà essere privatizzato. La massima partecipazione comunale potrà essere del 30 percento e solo se costituita in SpA.

Il 30 per cento dei fiumi, dei laghi e delle piogge saranno di tutti e tutte, mentre il 70 per cento delle gocce d'acqua avranno un bollino su cui è scritto il nome di un'azienda privata. Non ci sarà più la gestione comune, dove tutti e tutte possono ascoltare informazioni ed esprimere critiche e suggerimenti, ma la gestione a profitto, che certo continua a rivolgersi a tutti e tutte, ma non può non discriminare, se non addirittura escludere, i soggetti economici più deboli. Non più un bene naturale amministrato comunemente a servizio (anche se spesso lasciava a desiderare, non c'è dubbio) della popolazione, ma una tra le più preziose risorse del mondo, a servizio di uno, due, tre persone tra i milioni che ne hanno diritto. Una logica che il capo Seattle dei pellerossa nella sua lettera al presidente degli Stati Uniti nel 1855 denunciò con parole di una immediatezza ineguagliabile: “Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria, lo scintillio dell'acqua, come potete voi acquistarli?” Tra qualche settimana, il tempo che la legge passi lalla Camera, si potrà.


Qui si fa così, nonostante in tanti altri posti si torni indietro, indietro da una privatizzazione che si è dimostrata disastrosa. Il caso più clamoroso è sicuramente la Bolivia e le grandi manifestazioni a Cochabamba in cui il militare boliviano era costretto a difendere gli interessi della Bechtel Corporation, transnazionale statunitense che si era appropriata della gestione di tutte le acque comunali, anche quelle piovane. Le proteste scatenate hanno non solo determinato la cacciata della Bechtel, ma anche del governo. Anche il comune di Parigi ha deciso che i botti del capodanno del 2009 annunceranno il ritorno a una gestione pubblica del prezioso bene comune, per avere, secondo il suo primo cittadino, “un servizio migliore a un prezzo migliore.” Anche in Italia, dove Attac Italia ha esaminato per un anno intero i progetti di gestione già privatizzata, è stato rilevato che i privati “indistintamente dalla regione o dalla realtà amministrativa affrontata hanno prodotto un aumento delle tariffe, una precarizzazione del lavoro e una diminuzione della qualità del servizio.”


Ogni privatizzazione deruba il pubblico, quindi tutti i/le cittadini/e, di un bene prezioso. La privatizzazione dell'acqua è uno dei passi più incisivi in questo processo. Se lo Stato ritiene ancora di avere una funzione di governo, in altre parole di amministrazione a servizio dei suoi cittadini, si sta rendendo illegittimo. La privatizzazione dell'acqua vuol dire che lo stato delega le sue mansioni a privati, perché non è in grado di provvederne. Quello che rimane è il dominio di interessi particolari e la sconfitta della gestione comune.


La fede battista insegna la difesa di un mondo plurale, dove vanno salvaguardati i diritti dei partecipanti più deboli. Molte delle nostre discussioni e decisioni si ispirano alla convinzione che Dio ha un opzione preferenziale per i più deboli (Mc 2, 17). La privatizzazione degli elementi del creato calpesta non solo il principio della condivisione, ma anche quello di salvaguardare gli interessi dell'ambiente. La privatizzazione dell'acqua è espressione della totalizzazione della morale del “guadagno sopra tutto” e sconfigge le speranze nelle possibilità di cooperazione e partecipazione.


La terra è mia, e voi state da me come stranieri e ospiti (Levitico 25,23)