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Il Gesù storico e i primi cristiani

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Convegno a Cagliari

CAGLIARI - «Gesù di Nazareth e la nascita del cristianesimo. La vita, le parole, i gesti dell'uomo che ha cambiato il mondo fra verità storica, mito e fede». Questo il tema del convegno organizzato dal Centro culturale protestante «Martin Luther King» che si è tenuto il 10 febbraio presso il tempio battista di Cagliari. A raccontare di un Gesù assai poco conosciuto – quello che ci viene restituito da un'indagine critica degli Evangeli, passati al setaccio dei metodi propri della scienza moderna – due fra i più importanti studiosi italiani dell'argomento: Mauro Pesce, biblista di fama internazionale conosciuto dal grande pubblico per il best seller Inchiesta su Gesù, scritto insieme a Corrado Augias, e l'antropologa Adriana Destro, membro del «Progetto internazionale di ricerca sul cristianesimo delle origini» e autrice, insieme a Pesce, dei volumi Antropologia delle origini cristiane e L'uomo Gesù.

Non casuale la scelta dei relatori, brillantemente presentati dalla pastora Cristina Arcidiacono, che hanno saputo spiegare in modo accessibile ma rigoroso il gran rotolo della questione del Gesù storico, che oramai vanta una bibliografia sterminata ed un proliferare di ipotesi spesso prive di fondamento, partendo non dalle costruzioni mitologiche del contemporaneo, proiettate alla scoperta di verità occultate o volte ad un sensazionalismo talora morboso, bensì dallo studio di quella che verosimilmente fu la concreta pratica di vita di Gesù e dei suoi seguaci nella Palestina del I secolo. Un ritratto che dunque parte dall'esame antropologico di una figura che, nella propria assoluta eccezionalità, ha scelto di porsi ai margini delle gerarchie sociali, fuori dalle convenzioni e dalle consuete reti relazionali, alla ricerca delle pecore perdute della casa d'Israele secondo itinerari secondari, lontani dalle vie più battute e dai grandi centri urbani. Ecco dunque dispiegarsi la personalità di un uomo capace di spogliarsi di ogni sicurezza materiale, di rendersi volutamente debole, alla mercé dell'altrui ospitalità e generosità, che organizza la propria missione non al centro ma nelle periferie del proprio mondo, e che pure irrompe nelle vite degli altri sovvertendone il quotidiano, i ritmi, le abitudini e l'immaginario, che intrattiene relazioni non fondate su criteri di accettabilità sociale, che è pronto alla familiarità, al dividere il pane, con chiunque abbia voglia di ascoltarlo. È questa identità precaria – che pure sconvolge e mette in discussione le più profonde radici della cultura giudaica facendo leva sulla propria capacità di parlare ai semplici producendo immagini vivide e imperativi estremi, sulla propria corporeità e sulla propria inclinazione ad includere – il controcanto che proviene dalla storia agli infiniti, chirurgici tentativi di definizione del Cristo in cui si è spesa grande parte della ricerca teologica. Non per caso, come sottolinea la pastora Arcidiacono riprendendo un recente scritto dei due relatori, uno dei criteri per l'individuazione dei detti originari di Gesù è proprio la discontinuità fra questo e la prassi delle prime chiese. Come a dire insomma che nel passaggio dal Gesù storico al Cristo della fede si guadagna il più importante caposaldo della dottrina e della spiritualità cristiane ma talora si rischia anche di smarrire il senso autentico di un'esistenza che c'interroga ancora a partire dalle contraddizioni in cui sa incunearsi, dalla radicalità scandalosa delle scelte che propone, dai sentimenti contrastanti e dalla profonda umanità che la innervano. La capacità di assumere nel Cristo in cui crediamo anche il Gesù che concretamente attraversò le vie polverose d'Israele – anche quello che la primitiva tradizione non lascia intravvedere che per sprazzi – è ancora il banco di prova che misura la nostra capacità e il nostro bisogno di tornare a Lui.

 

Tante le domande che, alla fine dell'incontro, si sono accavallate fra le circa cento persone, di diverse confessioni e provenienze, che hanno letteralmente gremito la chiesa. Sulla consapevolezza messianica di Gesù, sui destinatari reali della sua predicazione, sul suo essere itinerante, sulla vita dei suoi primi seguaci. A dimostrazione di quanto il falegname di Nazareth sia ancora capace, duemila anni dopo ed in una società sempre più disillusa e scettica, di rappresentare istanze, di suscitare interesse e dubbio, di mettere in crisi certezze ed aprire al confronto.

 

Fonte: Riforma, n. 9 del 4 marzo 2011, p. 7