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L'offerta della vedova

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Roma, 17 marzo 2015 - Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. 42 Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. 43 Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: 44 poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere». Marco 12,38-44

Care sorelle e cari fratelli,
Marco, nel  suo racconto dedica un'ampia sezione ai quesiti posti dagli scribi e  farisei a Gesù per capire l'origine della sua autorità. Il tentativo è quello di accusarlo. Gesù invece denuncia l'ipocrisia di costoro, i quali amano mettersi in bella mostra, infatti essi cercano di occupare i primi posti nelle sinagoghe e recitano lunghe preghiere per essere ammirati dal popolo. Girano nelle piazze con lunghe vesti e amano essere salutati con grande rispetto.

Gesù denuncia la loro vanità; persone così eccentriche non conoscono la volontà di Dio. Spesso dietro la dottrina e le pratiche religiose si nasconde l’egoismo e l’avarizia. Gesù li accusa persino di divorare le case delle vedove.
Le vedove erano una categoria a rischio di povertà (come gli orfani e gli stranieri), e per questo era richiesta una attenzione particolare.
Così facendo i capi religiosi dimenticano l'insegnamento biblico della sollecitudine di Dio verso gli ultimi. Alla falsa devozione degli scribi, Gesù invece contrappone l’umile devozione di una vedova, dopo aver osservato da lontano i fedeli che versano le offerte nelle casse del tempio.
Gesù nota che, mentre i ricchi depongono molte monete, la povera vedova ne mette solamente due. Paradossalmente è l'offerta della vedova ad essere lodata perché nella sua povertà ella ha messo tutto quello che aveva per vivere. Mentre i ricchi donano il loro superfluo, quello che non intacca il loro bilancio, ciò di cui non hanno bisogno, la vedova dona le sue uniche monete.
La vedova ha dato più degli altri. Ella non ha risorse, ma nonostante tutto dona quello che possiede. Il suo comportamento contrasta con l’avidità degli scribi che “divorano le case delle vedove”; la sua umiltà contrasta con chi vuole occupare i primi posti; il suo alto senso di consacrazione a Dio contrasta con l’ipocrisia di chi ostenta preghiere senza obbedire alla legge dell’amore. Gesù richiama l’attenzione dei discepoli sul gesto della vedova come esempio da imitare, dopo aver evidenziato alle folle il cattivo esempio degli scribi.
Il gesto della donna rimanda al significato della passione, morte e resurrezione di Gesù. Il dono della donna anticipa quello che Gesù sta per compiere; il dono della sua stessa vita per la salvezza del mondo. Gesù offre a Dio tutta la sua vita e come ci ricorda Paolo: “(Gesù) essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi” (2Cor 8,9). Dio ci dona il suo amato Figlio, affinché noi impariamo a donare tutta la nostra vita a lui.
E' ovvio che Gesù non ci illustra il tariffario  delle nostre offerte alla chiesa, egli non è un ragioniere dell'economia della fede, bensì ci invita a valutare il costo della vita cristiana. E qual è dunque il costo della vita cristiana?
Noi sappiamo che amare significa donare, ma di fatto che cosa doniamo?
Non è forse vero che quando doniamo del denaro, in realtà noi diamo il superfluo? Quando dedichiamo del tempo, è sempre un po’ di quello che ci avanza? E quando mettiamo a disposizione d'altri un nostro talento, è dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali, familiari o di gruppo?
Amare Dio “con tutto il cuore” significa dare tutto, “i vostri corpi in sacrificio vivente” (Romani 12,1), senza aspettarci nulla in cambio, senza illuderci di pareggiare il nostro conto con Dio o, peggio, di essere in credito con lui. Non abbiamo dato nulla finché non avremo dato tutto. Ma per questo occorre umiltà vera, totale consacrazione a Dio e disponibilità a seguire Gesù sulla strada della croce. Non dimentichiamo che Gesù è in cammino verso Gerusalemme. Se il nostro tema è quello del costo della vita cristiana, allora è opportuno riflettere e capire quale prezzo siamo disposti a pagare per l'evangelo. La grazia di Dio è un dono gratuito, ma non è a 'buon mercato' come una merce che si svende, scriveva Dietrich Bonhoffer. Cosa vuol dire?
Vuol dire che la grazia senza l'impegno, senza la consacrazione, senza il sacrificio, senza il discepolato, rischia di diventare una grazia a 'buon mercato'. Essere credenti è una cosa, essere discepoli è un'altra. Le due cose non sempre coincidono, anzi non coincidono affatto.
Essere discepoli significa fare della via di Gesù la propria via. Essere discepoli significa incamminarsi con Gesù sulla strada della croce, condividere le sue sofferenze e le sue privazioni, abbracciare in toto la sua vita, dalla spoliazione di Betlemme alla morte in croce. Il discepolato comporta talvolta un prezzo alto da pagare dice Gesù: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà “ (Marco 8,34-35).
Oggi purtroppo il costo della vita cristiana si è notevolmente ridotto. Le nostre rinunce sono ridotte al minino per la testimonianza dell'evangelo, mentre Gesù è esigente nell'indicarci la via del discepolato. Egli ci chiede una dedizione totale.
La storia della chiesa, tutt'oggi, è costellata di martiri, di cristiani che pur di non rinnegare il loro Signore Gesù hanno dato la propria vita per fedeltà al loro maestro. Gesù non dona qualcosa a Dio, ma tutto se stesso sino a spogliarsi delle sue prerogative divine: “…umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce! (Fil 2,1ss), così la lettera ai Filippesi.
La donna del nostro racconto compie un gesto di impressionante autenticità. Potrebbe sembrare un gesto irrisorio, ma per lei assume un grande valore. Dio non giudica dalle apparenze, ma guarda il cuore (1Sam 16,7). Gesù vuole che guardiamo in noi stessi per valutare l'autenticità della nostra conversione, affinché essa porti i frutti della fede e del servizio al prossimo. La salvezza esige che ci sia coerenza tra le azioni e le convinzioni, tra la teoria e la prassi, tra il vangelo creduto e il vangelo vissuto. Il Signore ci chiede che si abbia un cuore puro, una fede autentica, una fiducia totale. L’avvenire della chiesa è nelle mani di quei credenti che offrono a Dio il sacrificio della  propria  vita.
AMEN