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Accogliamoci gli uni gli altri: come coniugare libertà di coscienza e comunione fraterna

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BARI, 11 ottobre 2013 - Or noi, che siamo forti, dobbiamo sopportare le debolezze dei deboli e non compiacere a noi stessi. Ciascuno di noi compiaccia al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione. Infatti anche Cristo non compiacque a se stesso; ma come è scritto: Gli insulti di quelli che ti oltraggiano sono caduti sopra di me». Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza. Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio (Romani 15:1-7).

Accoglietevi gli uni gli altri. Questo è l’ultimo grande appello che l’Apostolo Paolo rivolge alla comunità di Roma verso la fine della sua lettera. Si tratta certamente di un appello essenziale per la vita comunitaria. Infatti, che comunità sarà mai una chiesa nella quale non si respira reciproca accoglienza..? Eppure, la comunità di Roma alla quale Paolo scriveva rischiava di dividersi al suo interno tra coloro che si erano liberati dall’osservanza dei precetti della legge mosaica (i cosiddetti forti) e coloro che ritenevano importante continuare a osservare quei precetti (i cosiddetti deboli).

Paolo, da parte sua, ritiene ormai superati i precetti sulla purità del cibi ed è persuaso che nulla è in se stesso impuro. Pertanto, un cristiano è libero di mangiare di tutto senza più attenersi alle regole alimentari dell’Antico Testamento. Ma, pur schierandosi dalla parte dei forti, Paolo esorta questi ultimi a rispettare la fede dei deboli, al fine di non turbare i fratelli a causa del cibo. L’Apostolo, infatti, scrive: “Or noi, che siamo forti, dobbiamo sopportare le debolezze dei deboli e non compiacere a noi stessi”.
Chi si ritiene forte nella fede e si sente libero di mangiare di tutto deve stare attento a non usare la sua posizione di forza per sminuire quelli che secondo lui sono deboli perché ancora legati alle usanze dell’antico patto. Non è bene usare la propria posizione di forza per compiacersi di se stessi, arrivando a sentirsi migliori degli altri. Al contrario, chi crede di trovarsi in una posizione di forza rispetto agli altri dovrebbe usare questa sua posizione non per screditare gli altri ma per essere di edificazione per gli altri. L’Apostolo, infatti, prosegue scrivendo: “ciascuno di noi compiaccia al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione”.
D’altronde, lo stesso Gesù, pur essendo in una posizione di forza rispetto a questa umanità (perché era l’unico innocente in un mondo di peccatori), non compiacque a se stesso e non usò la sua posizione di forza per condannare il mondo ma per venire a salvarlo.
Ora, nella chiesa di oggi ci sono molte più problematiche che potrebbero dividere i cristiani a causa della diversità di vedute che abbiamo in campo culturale, teologico, etico e politico ed è molto più difficile individuare chi sarebbero i forti e chi invece i deboli, giacché ognuno di noi può sentirsi forte nel sostenere le proprie convinzioni. Chiediamoci un attimo: che cosa succederebbe se ognuno si arroccasse sulla sua posizione prendendo le distanze da chi la pensa diversamente..? Presto qualsiasi chiesa si sgretolerebbe in tante piccole fazioni. Ogni singola fazione si compiacerebbe di se stessa e, sentendosi, migliore, più forte e più giusta, arriverebbe ad escludere le altre fazioni animate da convinzioni diverse.
E, così, per difendere delle tesi, dei principi o delle idee (sia pure sacrosante), ci si divide dai propri fratelli e dalle proprie sorelle in Cristo.
Questo era quanto stava avvenendo nella chiesa di Roma all’epoca di Paolo per questioni che riguardavano i cibi e il calendario delle celebrazioni religiose. E questo è quanto continua ad avvenire oggi nelle nostre chiese per le diverse concezioni che abbiamo sulla natura del male, sul ruolo della donna, sull’omosessualità, sul divorzio, sull’aborto, sull’eutanasia, sul testamento biologico ecc. Su questi discorsi le chiese continuano a spaccarsi perché ognuno si compiace della propria posizione contrapponendosi agli altri. L’autocompiacimento si trasforma poi in giudizio, il giudizio in condanna e la condanna in reciproche scomuniche.
E, così, pur di difendere a tutti i costi le proprie convinzioni, si esclude la sorella e il fratello in Cristo e la difesa delle proprie tesi prevale sul rispetto della dignità altrui. E, quando si dà più importanza ai principi anziché alle persone che abbiamo di fronte, si tradisce lo spirito di Cristo e si diventa sostanzialmente farisei, pur dichiarandosi cristiani.
Ma ecco che, proprio per evitare di scadere così in basso, Paolo interviene nella sua lettera scrivendo: “il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio”.
I romani rischiavano di dividersi fra di loro per vedute diverse sui precetti dell’Antico Testamento. Ma Paolo li richiama tutti, forti e deboli, ad affidarsi al Dio della pazienza e della consolazione, affinché anch’essi potessero essere più pazienti e mansueti gli uni verso gli altri e, nel nome di Dio, giungessero ad avere tra di loro un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù.
È qui che sta il segreto dell’unità tra i cristiani: avere un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, nonostante abbiamo fra di noi sentimenti diversi su tante altre questioni. Possiamo avere vedute diverse su tanti argomenti che ci stanno a cuore purché conserviamo un medesimo sentimento in Cristo Gesù, affinché possiamo continuare a glorificare assieme il nostro Dio di un solo animo e d’una stessa bocca: diversi in convinzioni etiche, teologiche e politiche ma uniti nel dare gloria a Dio Padre nel nome di Gesù Cristo e sotto l’azione dello Spirito Santo. Questo significa essere chiesa..!
La chiesa di Cristo non è mai stata una unione di persone che la pensano tutte con la stessa testa e che hanno tutte le stesse idee, ma è sempre stata una unione di persone diverse per origini etniche, estrazione sociale, sesso, età, cultura…, che, nonostante tutte queste diversità, si ritrovano unite nel confessare l’unico Signore Gesù Cristo.
Quest’anno celebriamo i 150 anni della presenza dei battisti in Italia. Le chiese battiste nate in Italia a partire da un secolo e mezzo fa, pur essendo diverse fra di loro per origini storiche, convinzioni etiche, prassi liturgiche o impostazioni teologiche, hanno dato vita a una Unione di chiese che è l’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia), il cui fine è quello di garantire l’unità e la collaborazione fra le chiese senza, però, appiattire le differenze che permangono fra le comunità per ragioni storiche, etniche e culturali. Le chiese dell’UCEBI si riconoscono fra di loro sulla base di un minimo comune denominatore che nel 1990 è stato poi sintetizzato in una confessione di fede. La confessione di fede dei battisti italiani è quel minimo comune denominatore che si limita a individuare gli aspetti teologici essenziali che caratterizzano la fede dei battisti. Per quanto riguarda tutte le altre questioni etiche e teologiche non contemplate nella confessione di fede, ci atteniamo a un principio caro alla tradizione battista che è la libertà di coscienza, in base alla quale ogni comunità e ogni singolo credente viene lasciato libero di riflettere, pensare e approfondire quelle tematiche che non sono considerate di vitale importanza per la fede e per la comunione fraterna.
Questo adeguato margine di libertà ci consente di non scomunicarci a vicenda non appena ci ritroviamo di fronte a questioni attorno alle quali abbiamo convinzioni diverse. Possiamo, invece, confrontarci, rispettando il punto di vista l’uno dell’altro, nella consapevolezza che nessuno di noi può pretendere di possedere tutta la verità, giacché per noi cristiani la verità è Cristo e nessuno può pensare di imprigionare la persona di Gesù Cristo in un sistema di idee preconfezionato (sia pure ben corredato di versetti biblici).
Ora, se abbiamo sperimentato personalmente l’incontro con la persona di Gesù Cristo mediante la fede che ci accomuna, non possiamo certamente scomunicarci gli uni gli altri a causa delle diverse convinzioni che sussistono tra di noi su questioni etiche, teologiche o politiche, ma siamo chiamati ad accoglierci gli uni gli altri con amore. L’Apostolo Paolo, infatti, conclude scrivendo ai Romani: “Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”.
Se abbiamo vissuto l’esperienza di essere stati accolti da Cristo malgrado le nostre mancanze, allora siamo anche chiamati ad accoglierci gli uni gli altri così come siamo.
Cristo non si è messo su un piedistallo giudicandoci dall’alto ma si è abbassato fino a noi accogliendoci nelle sue braccia misericordiose. Allo stesso modo, noi non possiamo metterci su un piedistallo per giudicare coloro che vivono o la pensano diversamente da noi o che magari intendono alcuni aspetti del messaggio biblico in maniera diversa da come noi li intendiamo. Al contrario, siamo chiamati ad andare incontro ad ogni fratello e ad ogni sorella in Cristo al fine di accoglierci reciprocamente sull’esempio di Cristo.
“Accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”. Cristo per primo è colui che intende accoglierci uno per uno nel suo amore. Lasciamo che il Signore Gesù ci accolga a sé abbandonandoci nelle sue mani. E, dal momento in cui ci sentiremo pienamente accolti dal nostro Signore, riceveremo da Lui la forza di accoglierci gli uni gli altri.
Quanto più dimoreremo in Cristo, tanto più saremo in grado di accoglierci gli uni gli altri a prescindere dalle nostre reciproche differenze. E quanto più sapremo accoglierci gli uni gli altri, tanto più a fondo sapremo essere assieme una Unione di chiese benedetta dal Signore, nella quale si respira amore fraterno anziché spirito di giudizio; perdono reciproco anziché condanna; unità anziché divisione.

Ruggiero Lattanzio

Tratto da BAriBAttista, n.50, Ottobre 2013.
http://www.chiesabattistabari.it/baribattista/

 


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