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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Celebrare il risorto

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Pubblichiamo il testo del sermone tenuto dal past. Raffaele Volpe in occasione della Celebrazione del risorto delle chiese lombarde e liguri domenica 2 giugno 2013 a Milano.

Luca 24

ROMA, 4 giugno 2013 - Che Gesù amasse i suoi discepoli e le sue discepole: su questo non c’è alcun dubbio!  Ma credo che possiamo affermare con una simile certezza che anche le discepole e i discepoli di Gesù amavano Gesù.  Gesù amava i suoi discepoli e i suoi discepoli amavano Gesù.  
Che cos’è se non amore quell’incedere doloroso delle discepole verso la tomba di Gesù? O quel camminare triste dei discepoli verso Emmaus?  O quel perplesso vegliare notturno degli undici e di quelli che erano con loro?
Le discepole e i discepoli di Gesù amavano Gesù.  Amavano Gesù di un amore forte come la morte.  Ma non con un amore più forte della morte.  Dopotutto erano degli esseri umani come noi.  Chiusi sotto la coltre densa della signoria della morte.  Avevano visto il loro liberatore sottostare al potere della morte.  Lo avevano visto appeso alla croce.  Spogliato di quelle speranze che aveva, giorno per giorno, come gocce d’acqua in un terreno seccato, instillato nei loro corpi, nei loro ideali, nella loro fede.

Ed ora, eccolo lì. Morto.  Sulla croce.  Ora potevano soltanto prendersi cura di un cadavere, per amore.  Potevano raccontarsi delusi, l’un l’altro, quella storia vissuta con il profeta, per amore.  Ora potevano vegliare, tenendo lontano il sonno e il riposo, per amore.
Ma non sapevano fare altro che venerare e adorare un Cristo morto!  
Anche noi amiamo Gesù Cristo.  Ma anche noi non sappiamo fare altro che venerare e adorare un Cristo morto!  E il lutto porta con sé più che il ricordare, il dimenticare.  Più che il celebrare, il rassegnarsi.  Più che il proclamare, il restare muti.  E quando questo succede, è necessario che il Cristo vivo sorprenda e trasformi le nostre liturgie funebri.  È necessario che l’amore del Cristo vivo trasformi il nostro amore morente, in un amore vivente.  

Quante amnesie, quante dimenticanze per quelle smemorate discepole di Gesù che si recano verso la tomba.  Si sono ricordate di molte cose secondarie e superflue: gli oli profumati; la cura per un cadavere; la strada verso la tomba.  Si ricordavano le parole di Gesù: è necessario che il figlio dell’uomo sia abbandonato nelle mani di uomini peccatori e sia crocifisso.  Ma avevano dimenticato il resto delle parole del maestro, avevano dimenticato una cosa essenziale e vitale: che il terzo giorno il figlio dell’uomo sarebbe risorto dai morti.  
Non c’è malattia più grave per una discepola che l’amnesia.  Non c’è danno più irreparabile per una chiesa la perdita della memoria.  E i messaggeri del risorto, che aspettavano quelle discepole stordite, non potevano offrire, da parte del risorto, nessun altro farmaco più efficace che un imperativo: ricordate!  Se per un attimo chiudiamo gli occhi possiamo ancora sentire la eco di quell’imperativo: ricordate!
Ricordiamo!  Anche noi abbiamo dimenticato l’ultima parte del discorso di Gesù: che il terzo giorno il figlio dell’uomo sarebbe risorto dai morti.  Ricordiamo, se vogliamo essere delle chiese vive.  Ricordiamo che Cristo è vivo.
Ricordate!  E il brano di Luca dice: le donne ricordarono.  Guarirono da un vuoto di memoria.  Guarirono dall’angoscia della morte.  Guarirono da quella rassegnazione che le aveva di nuovo ricacciate nel ruolo di serve degli uomini.  “Ricordatevi come egli vi parlò”.  Ed esse si ricordarono delle parole di Gesù.  Quale autorità, quale potere il risorto ha restituito a quelle discepole smemorate.  E fu quell’autorità che spinse quelle discepole donne a recarsi dai discepoli uomini per annunciare che il Cristo è risorto.
La chiesa di oggi può risorgere soltanto se ritrova la forza di ricordare che Cristo è risorto e se ritrova la grande libertà del risorto.  La chiesa del risorto o è la chiesa della libertà, o non è la chiesa del risorto. Nella chiesa del risorto non c’è più né maschio né femmina, né schiavo né libero, né greco né giudeo.  Più c’è il risorto nella chiesa, più lo spazio delle discriminazioni si restringe e si amplifica lo spazio delle libertà!

Ma non basta ricordare il risorto, bisogna anche celebrare il risorto.  I discepoli sulla strada che porta ad Emmaus hanno impacchettato ogni cosa.  Hanno chiuso ben bene ogni cosa nelle loro valigie.  Con la morte di Gesù si sono chiusi i loro occhi.  E dopo gli occhi si è chiusa la loro mente.  Poi hanno spento la combustione alla radice del cuore che lo fa ardere.  In seguito hanno chiuso la bibbia.  Ed infine hanno chiuso Gesù in un’ottima ricostruzione sul Gesù storico: il profeta potente in opere e parole che i sacerdoti e i magistrati hanno consegnato per essere condannato a morte.
Hanno sostituito la celebrazione del risorto con la tristezza.  E questi discepoli della tristezza spesso popolano anche le nostre chiese.  Ah! Questo è il male delle chiese evangeliche italiane.  Hanno chiuso la bibbia, il libro del risorto, il manuale della celebrazione.  Hanno spento il loro cuore.  Chiuso la loro mente.  I missionari e gli evangelisti oggi usano troppo spesso il manuale della tristezza dei discepoli di Emmaus.  Si può anche camminare con Gesù, fare una lunga strada insieme, e non riconoscerlo.  Tutto questo è la sequela della tristezza.  Il discepolato della rassegnazione.
Se l’amnesia è una malattia grave per la chiesa, ancora più grave sono la tristezza e la rassegnazione.  Qui l’imperativo non è un antibiotico sufficiente.  La cura di queste malattie è più lunga e più elaborata.  Lungo la strada per Emmaus, Gesù, il non riconosciuto, aprì la bibbia e si fece catechista.  Si offrì come l’interprete delle scritture.  Il Gesù ermeneuta si prese del tempo.  Doveva spiegar loro come la bibbia sia il libro della celebrazione del risorto.  Non un manuale di dottrine o di codici morali.  
Le chiese prese da un sentimento di tristezza, rischiano di trasformare anche la bibbia in un libro di tristezza.  Una chiesa triste trasforma tutto quel che tocca in qualcosa di triste.  Il Cristo risorto, invece, vuole guarirci e ci restituisce la bibbia come il libro delle beatitudini.  
Ma tutto questo ancora non basta per spalancare gli occhi della chiesa.  Giunto nella casa dei discepoli, Gesù celebra l’ultima cena della morte e la prima cena della vita.  E solo a quel punto, mentre Gesù spezza il pane della vita, i discepoli lo riconoscono e si ricordano di quanto aveva loro insegnato attraverso la Bibbia e il loro cuore riprende ad ardere.
C’è ancora troppa mestizia nella celebrazione delle nostre cene.  Alla fine della distribuzione del pane e del vino non avviene nessuna trasformazione: Cristo è morto e morto resta.  Che cosa è successo al pane e al vino, ai farmaci del Cristo risorto: sono forse scaduti?  E che cosa è successo alla bibbia, il libro del risorto, nelle nostre chiese: è forse rimasta chiusa?  E che ne è del nostro cuore: si è forse spento?
Celebriamo il risorto, e vinceremo la tristezza.  Riapriamo la bibbia,  il libro del risorto, e vinceremo la rassegnazione.  Celebriamo la cena del risorto, e il nostro cuore riprenderà ad ardere.

E tuttavia celebrare il risorto e ricordare il risorto ancora non è sufficiente.  È necessario il terzo step.  Giungere alla fase successiva: proclamare il risorto.  I discepoli che erano rimasti a Gerusalemme erano ben chiusi nella loro stanza.  Si guardavano bene dal proclamare qualcosa.  Erano ostaggio dei loro numerosi stati d’animo: il dubbio, il timore, la paura, il turbamento, la tristezza.
I testimoni chiamati a testimoniare non credevano neppure alle loro stesse testimonianze: le parole delle donne discepole erano scemenze, quelle dei discepoli di Emmaus erano cose da non credere.  Ma quando la malattia è radicale, anche la cura è radicale.  Gesù, il Cristo risorto, apparve in mezzo a loro e interruppe quella litania dell’incertezza.
La chiesa che non proclama il risorto è una chiesa afflitta dai suoi innumerevoli stati d’animo. La chiesa diventa la chiesa delle incertezze.   La chiesa che non evangelizza, è una chiesa che non respira!
Nel presentarsi ai suoi discepoli, il risorto dona ai suoi anche il crocifisso.  Mostra i segni della croce.  E ribadisce un pensiero difficile: era necessario che il Cristo soffrisse.  Era necessario che il Cristo, il re, il Signore, il Messia offrisse come sua carta di identità i segni della vittima, solidale con tutte le vittime.  Quella croce era necessaria per sapere da che parte sta Dio, con chi sta Dio, con la vittima o con l’assassino.  La necessità della croce scioglie la lingua ai discepoli e li libera dalla liturgia funebre.  Il Cristo crocifisso è l’Iddio crocifisso con gli ultimi della terra, per gli ultimi della terra.
Ma se era necessario che il Cristo soffrisse e fosse crocifisso, ancora più necessario è che il Cristo risorgesse.  Ecco l’ABC della predicazione: la croce e la risurrezione.  Il Cristo morto per noi e il Cristo risorto come primogenito della nuova creazione.   Che proclamazione!  In queste due parole: croce e resurrezione, c’è abbastanza per una chiesa per non chiudere mai la bocca.  Ed è su queste due parole che l’annuncio invita al ravvedimento.  Il ravvedimento è una grande comprensione (per citare le parole del Pastore di Hermas).  È comprendere la forza dell’amore di Dio,  che Dio dona attraverso la croce e la risurrezione.  
Ed è per questa ragione che la proclamazione del crocifisso risorto chiama al ravvedimento e il ravvedimento è legato alla esperienza di liberazione dal potere del peccato.  Da quel potere che separa la creatura umana dal suo Creatore.  Se la proclamazione non si fa carico di questo intero percorso, se si limita ad assolvere al proprio compito con un veloce annuncio, e non si preoccupa della trasformazione della mente e del perdono dei peccati, tradisce il suo compito.

Ricordare, celebrare e proclamare il risorto.  Passando per le guarigioni che l’amore di Dio, per mezzo di Cristo, compie nella nostra vita: dall’imperativo: ricordate!  Alla cura per la tristezza e la rassegnazione attraverso la bibbia aperta e l’amministrazione della cena del Signore.  Al coraggio della parola, non semplicemente pronunciata, ma anche seguita nel suo cammino che fa dalla propria bocca al cuore di chi ascolta.
Ricordiamo, celebriamo e proclamiamo il risorto! Amen