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Seguimi! Luca 5,27-32

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ROVIGO, 23 maggio 2012 - Care sorelle e cari fratelli, la storia che leggiamo in Luca 5,27-32 è un racconto di vocazione. Gesù inizia la sua predicazione invitando quanti lo ascoltano a ravvedersi e ad accogliere il regno di Dio nella loro vita [1]. Dopo aver chiamato alcuni dei suoi discepoli[2], Gesù invita Levi[3] a seguirlo. Levi è un esattore delle tasse[4], e per il suo particolare lavoro è odiato ed escluso dalla vita religiosa. Levi, nel Vangelo di Luca, rappresenta uno di quei tanti esclusi con i quali i capi religiosi non vogliono avere rapporti. Levi è un uomo disprezzato e rifiutato. Ma Gesù a differenza dei religiosi non si ferma alle apparenze, il suo sguardo va oltre a ciò che appare in superficie, e a Levi rivolge una parola di grazia.

Gesù stabilisce un contatto con Levi. Non gli rivolge nessuna parola di condanna, bensì un semplice invito: <<Seguimi>>; un invito che potrebbe anche intimorire se non fosse accompagnato dal suo sguardo pieno di tenerezza. Non ci è dato di sapere se Levi conoscesse in precedenza Gesù e ora sia pervenuto a un discepolato completo. Luca presenta Gesù il quale offre a Levi una chiamata radicale che richiede una risposta altrettanto radicale.

E cosa fa Levi? Con prontezza si mette a seguire Gesù: “Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo” (v.28). Quest’uomo senza dire una sola parola, senza sollevare alcuna obiezione si mette in cammino con Gesù. Ecco allora il significato dell’appello al ravvedimento che Gesù rivolge: Levi abbandona ogni cosa, lascia la sua vecchia vita e accetta la sfida della nuova vita che Gesù gli offre.

Agli occhi di Gesù il passato di Levi non conta più, e la chiamata che Gesù rivolge a Levi è più grande di qualsiasi peccato che egli abbia commesso. Ciò che effettivamente conta, ora, nella vita di Levi é che Gesù lo chiama a seguirlo sulla strada che porta al regno di Dio. E Levi non ci pensa due volte, lascia ogni cosa e segue Gesù. Levi riceve la grazia gratuita di Dio che lo chiama alla conversione e alla fede. Questo vuol dire che la chiamata di Dio rivolta a ciascuno di noi è sempre una chiamata al discepolato, non una chiamata astratta, ma una chiamata di condivisione con Gesù. Levi accoglie, senza esitazione, l’invito di Gesù che gli dice: “Vieni con me”, rompi con il tuo losco passato, esci dal fango melmoso del tuo peccato, poiché Dio oggi ti accoglie come suo figlio.

Per quest’uomo non c’è grazia più grande di essere stato chiamato da Gesù. E Levi per la gioia di ciò che ha ricevuto si affretta a preparare un banchetto[5] per Gesù, e cosa ancora più straordinaria è che Gesù non rifiuta di condividere la tavola con i peccatori.

Il comportamento di Gesù suscita ovviamente la protesta dei religiosi, i quali dicono ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” (v. 30).

La loro critica è chiara: Se Gesù è un uomo di Dio, come lui stesso afferma, come mai accetta la mensa con i peccatori? E’ la critica di sempre: Come mai mangia e beve con i pubblicani e i peccatori? Come mai offre la sua comunione a peccatori, prostitute, ciechi, zoppi, lebbrosi? Come mai si fa vedere in giro con gente disprezzata e lontana da Dio? Ma Gesù replica ai suoi accusatori di essere venuto a chiamare i peccatori[6] affinché cambino vita, di essere venuto a cercare tutti coloro che sono più lontani da Dio e che hanno bisogno del suo perdono.

Nelle sue parole si coglie il significato profondo della sua missione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento” [7](v. 32).

Per capire meglio queste parole è preferibile la traduzione della TILC (la traduzione Interconfessionale della Bibbia). La Tilc dice: “Io non sono venuto a chiamare quelli che si credono giusti, ma quelli che si sentono peccatori, perché cambino vita”. A coloro che si credono giusti, ieri come oggi, Gesù ricorda che in realtà non lo sono; loro, come tutti gli altri, hanno bisogno del perdono divino, al contrario considerandosi giusti i farisei e gli scribi non sperimentano la novità del regno portata da Gesù. Levi e i suoi amici sono stati additati come dei peccatori perduti e quindi disprezzati. Ma come è stato giustamente scritto: “La questione centrale non è però l’opinione che io ho di me, bensì ciò che importa è l’opinione che Dio ha di me. Il nostro racconto mostra che ciò che noi pensiamo di noi stessi e degli altri è molto parziale e relativo”.

Gesù non ha avuto nessuna difficoltà a condividere la tavola con i pubblicani e i peccatori poiché il passato di tutte quelle persone non conta più, conta solo il presente fatto di gioia, di vita nuova e di comunione. Dove c’è il perdono di Dio, c’è un presente nuovo e un futuro diverso.

Il Gesù del Vangelo di Luca, ha una particolare attenzione per i poveri, gli ultimi, i perduti. Infatti Luca racconta due parabole molto significative: la parabola della pecora smarrita e della dramma perduta. In ambedue le parabole Gesù dice ai suoi interlocutori: “Vi sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento” (Luca 15,1). E nel racconto della conversione di Zaccheo[8], egli ricorda che “Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19,10).

A noi questo brano insegna due cose fondamentali per la nostra fede e la nostra missione. La prima cosa è che ci aiuta a non dimenticare che anche noi siamo dei peccatori perdonati, persone non meritevoli di nulla, esattamente come Levi e i suoi amici, ma raggiunte dalla grazia di Dio. La parola di Gesù, dunque, spezza in noi ogni sentimento di orgoglio per non sentirci più giusti degli altri.

La seconda cosa invece è che Gesù chiama anche oggi, chiama ogni uomo e donna alla conversione e alla fede. Anche oggi Gesù ci chiama e ci invita a seguirlo per strapparci dalla miseria in cui spesso precipitiamo.

Egli non ha avuto molte parole per Levi (una sola <<Seguimi!>>), ma lo sguardo con cui lo chiama, è uno sguardo che non giudica ma che accoglie, è uno sguardo che invita Levi e ogni persona a cambiare la propria esistenza.

Allora, nel nostro compito di testimoniare l’amore di Dio non dobbiamo temere di farlo tra quanti attendono di ricevere il perdono di Dio e la possibilità di una vita nuova. Vita nuova significa che ci deve essere una definitiva rottura col il passato, con la vecchia vita. Dio non ci ama perché siamo buoni, ma affinché lo diventiamo.

Levi lascia ogni cosa per seguire Gesù, lascia il banco delle imposte simbolo e strumento del suo peccato. Chi invece pensa di seguire Gesù portandosi dietro il suo vecchio modo di vivere e di pensare imbocca una strada sbagliata, una falsa via. Annunciamo con forza e vigore che Dio può trasformarci in profondità per essere nuove creature in comunione con lui e con il prossimo.

Come Gesù non ci fermiamo alle apparenze, alla superficie, anche se non siamo in grado di vedere al di là di ciò che appare, possiamo imparare che dietro ogni ‘maschera’ c’è qualcuno che Dio ama. E Levi era uno di questi! AMEN.


[1] “Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galileia, predicando il vangelo di Dio e dicendo: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo” (Marco1,14; cfr. Matteo 4,17).

[2] Gesù ha già chiamato alla sua sequela Simone, Giacomo e Giovanni (Lc. 5,1ss).

[3] Il racconto della chiamata di Levi è presente anche nei Vangeli di Marco (2,13-17) e di Matteo (9,9-13), sebbene in quest’ultimo il pubblicano si chiami Matteo e non Levi.

[4] I Sinottici nominano i pubblicani così spesso (20 volte) e in tutti gli strati della tradizione, che è storicamente sicuro un sorprendente rapporto di Gesù con i pubblicani (cfr Mt 11,19 par). A causa dell’uso arbitrario del margine insito nella riscossione delle tasse, della collaborazione con la forza di occupazione e della frequentazione “contaminante” dei pagani, i pubblicani erano considerati peccatori (Anton Grabner –Haider, Prontuario della Bibbia, EDB, Bologna 2001, pag.592.

[5] Levi appare molto ricco (<<preparò un gran banchetto>>, v.29), con un gran numero di amici (<<una gran folla>>, v.29).

[6] Gesù accetta la comunione con loro – come con tutti gli emarginati della società –(Marc 2,15 par) e fra di loro ne chiama uno alla sua sequela (secondo una verosimile tradizione Levi). Facendo così egli contravviene al fondamentale concetto della purità legale e rende visibile storicamente l’amore del Padre che raggiunge ogni uomo e donna nella situazione in cui si trova. Dal momento che il pubblicano (come il povero e il bambino) sa di dipendere da questo amore, egli diventa il modello della conversione (Lc 18,9-14) Anton Grabner – Haider, op. cit.

[7] Diversamente da Mc. 2,17 e Mt. 9,13, Luca aggiunge alla sua versione dell’episodio l’espressione:<<a ravvedimento>> Nessun altro autore del Nuovo Testamento si avvicina a Luca per il numero di volte in cui viene usato il termine <<ravvedimento>>. Non ci si può cullare nel fatto che Gesù accetti tutti i tipi di persone, compresi coloro che sono esclusi socialmente e religiosamente, pensando che la vita nel regno di Dio sia senza una qualche aspettativa etica. Il ravvedimento è sia un dono sia un’esigenza del tempo iniziato con la presenza e la predicazione di Gesù. Fred B. Craddock, Luca, Claudiana 2002, pag.108.

[8] Secondo il racconto di Luca, Zaccheo era capo dei pubblicani e uomo molto ricco. A Gesù dice: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualunque cosa gli rendo il quadruplo”.