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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Home Biblicamente Luca 9, 57 - 62

Luca 9, 57 - 62

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CAGLIARI, 18 maggio 2012 - Ogni inizio d'anno usualmente tracciamo, più o meno dettagliatamente, un bilancio delle cose fatte e delle cose che intendiamo fare nell'anno che ci sta davanti. Oggi però non voglio rivolgere il nostro sguardo verso il passato. Anche perché già il convegno di Milano, organizzato dall'Ucebi, su “ Memoria e Missione “ del 25 – 27 novembre scorso si è risolto con interventi rivolti quasi totalmente al passato e in attesa del 150 anniversario della nascita del movimento battista in Italia che avverrà nel 2013. Questi sono stati i temi trattati: Storia della missione americana, storia dell'Ucebi,storia delle chiese battiste in Italia, come scrivere la microstoria delle nostre comunità, Diritti ieri e oggi, vita missionaria del pastore Guarna. Della missione presente e futura ben poco. Ma questo non perché noi battisti siamo particolarmente amanti del passato ma perché ormai tutto è orientato verso il passato : cinema, televisione, moda , musica, design, letteratura, cucina, ecc. Anche noi ci facciamo trascinare in una sorta di passatismo che riguarda le nostre esperienze e la nostra fede. Siamo ormai ai “ caduti sul campo “ di qualche trascorsa battaglia e alle riunioni dei “reduci” di Santa Severa, Rocca di Papa e tanti altri passati prossimi o remoti.

Quasi sicuramente ha ragione Umberto Eco quando afferma : “La sensazione che il passato ci stia incatenando, confondendo, ricattando... “. Scrive Hobsbawm “Il passato è l'elemento essenziale alla politicadell'identità, mediante la quale gruppi di persone che si definiscono inbase all'etnia, alla religione, … cercano di trovare qualche certezza in un mondo incerto ed instabile ... “. E che siamo dinnanzi ad un mondo incerto ed instabile ce lo ricorda la trascorsa manovra lacrime e sangue del nostro governo per cercare di arginare in Italia e in Europa una devastante crisi che ha eguali probabilmente solo in quella del 29 – 30 del secolo scorso. E ancor più ce lo ricordano i fatti di sangue avvenuti in Norvegia, a Firenze e a Liegi, nonché le rivolte contro le dittature in Egitto, Tunisia, Yemen,Siria e Libia o le proteste degli indignados in Spagna,Francia, Stati Uniti e le percentuali di disoccupati che tendono a superare la soglia del 10%. Senza dimenticare le centinaia di migliaia di immigrati che tentano disperatamente di raggiungere l'Europa e che sono in totale balia delle mafie. E certamente non possiamo e non dobbiamo dimenticare l'enorme diffusione delle mafie in Italia, dove ben cinque regioni sono praticamente dominate da caratteristiche e particolari mafie regionali che hanno anche una notevole diffusione al centro e al nord della penisola. Ultimamente, a queste, si sono aggiunte anche la mafia cinese, la mafia russa e quella rumena e che gestiscono tutte insieme un giro d'affari di circa 100 miliardi di euro. E rimaniamo attoniti di fronte ai circa 200 miliardi di euro di evasione fiscale, di contraffazione dei marchi, di lavoro in nero e di doppio lavoro. E come se non bastasse la corruzione ci costa sessanta miliardi di euro Il fenomeno, hanno spiegato i giudici contabili, è in costante crescita "e si è insediato e annidato dentro le pubbliche amministrazioni".

Veramente abbiamo di fronte un mondo instabile ed incerto. Ma se rivolgiamo lo sguardo all' interno delle nostre comunità battiste per cercare tranquillità non riusciamo a trovare la stabilità e la certezza che cerchiamo. E' generalmente esatto quanto ha scritto il pastore Italo Benedetti : “Dalle discussioni emerge che le nostre chiese sono fiaccate dalla conflittualità … I membri sono avari con la chiesa e le chiese con l'Unione. La contribuzione non è un problema di disciplina? Una chiesa che non discplina la propria vita è una chiesa che non evangelizza. … La vita nella chiesa deve essere qualitativamente diversa dalla vita fuori dalla chiesa“. Queste affermazioni trovano riscontro in un altro documento “Le nostre chiese“ scritto nel 2007 dalla pastora Anna Maffei. Documento molto ben articolato e attento alle singole situazioni delle chiese che, a mio avviso, non è stato, se non in rari casi, utilizzato come base per la riflessione all'interno delle nostre comunità.

Dobbiamo realisticamente constatare,come fa il documento, che la maggioranza delle nostre comunità è costituita da circa il 50% di anziani.
Questa struttura comunitaria implica che aleggi nelle nostre chiese una certa stanchezza che porta quasi ad un visibile disimpegno . Inoltre in molte
comunità vi è un gruppo “ dominante “ costituito prevalentemente da un insieme di parenti e/o amici che di fatto determinano la stasi o il dinamismo
missionario della comunità. Succede che spesso si sottovaluta il lavoro degli altri e si esalta il proprio; talvolta si scarica la responsabilità degli errori sulla
comunità, oppure si occupano per numerosi lustri i posti nei consigli di chiesa ed anche quando non si ha più niente da fare o da proporre si rimane
incollati alla sedia, come tanti politici di nostra conoscenza. A questo si sommano le “ buone abitudini “ dei nostri fedeli : l' emblematico e cronico ritardo al culto, la contestazione per la sua eccessiva durata, per le omelie che non piacciono, per il canto che non è armonioso,per la diversa
disposizione delle panche, per la mancanza di ordine,per il cattivo funzionamento delle apparecchiature, e così via di seguito. Esiste, ed è palesemente percepibile, un quasi totale imborghesimento. Lo si evince anche anche dai nostri discorsi che spaziano dallo sport, con netto predominio del calcio, agli oroscopi,al gossip politico o rosa, al tempo meteorologico, alla salute personale,ecc. In questo contesto si può anche capire perché non ci si può riunire in determinate fasce orarie o perché taluni trovano i soldi per fare tantissime attività ma non riescono a “racimolare “ la contribuzione per la comunità. E' come se vi sia uno scollamento tra la teoria e la pratica della nostra fede. La sociologia della religione ha ormai ampiamente dimostrato che la secolarizzazione non ha provocato la cancellazione delle credenze religiose come si pensava un tempo; ha invece dato impulso alla loro mobilità e
diversificazione. Questo può, in parte, spiegare la diffusione di Testimoni di Geova, Mormoni, Buddisti, Bahai, Hare Krishna,ecc.

Le chiese tradizionali non sono più indispensabili per vivere una esperienza religiosa e questo determina anche una progressiva diminuzione dei nostri
membri di chiesa.

Continua il pastore Italo Benedetti : "Chi si converte vuole trovare una esperienza trasformante (cioè vedere la propria vita trasformata, la propria città cambiata, il proprio contributo valorizzato, la propria competenza accresciuta, il proprio spirito curato,ecc. ). … I credenti sono sempre meno attenti alla crescita della chiesa e sempre più sensibili alla trasformazione del proprio ambiente vitale. “

Siamo certamente una minoranza praticamente insignificante dal punto di vista civile, politico e sociale, siamo veramente troppo pochi per influire sul costume nazionale, regionale e cittadino. Ma culturalmente non siamo insignificanti, anzi in proporzione al nostro numero produciamo abbastanza cultura ed anche qualitativamente valida. In genere chi sta fuori dalla comunità ha la curiosità di conoscere meglio il protestantesimo. E che ci sia veramente questa domanda di conoscenza lo possiamo dedurre dal fatto che il culto radio protestante viene seguito da circa un milione e mezzo di ascoltatori e che oltre quattrocentomila persone nel 2008 hanno firmato per dare l'otto per mille alla chiese valdese e metodista. Se è vero, come sembra, che ci sia questa domanda di conoscenza del protestantesimo allora sta a noi fare in modo di incrementare questa curiosità in tutti i modi possibili. Dobbiamo sempre ricordare che i riformatori hanno iscritto nei loro programmi di riforma sociale, la difesa della famiglia,il rispetto della donna e del bambino,una politica di alfabetizzazione, la visione di uno stato più giusto e attento ai deboli. Calvino asseriva che: “La parola di Dio non ci è stata data affinché diveniamo eloquenti e sottili, ma per riformare la nostra vita “ e conseguentemente la società. Perciò una comunità che vive la sua fede nella realtà che la circonda deve sentire il bisogno, l'urgenza di comunicarla attraverso il contatto, il discorso e il dialogo.

Ma senza il desiderio del futuro questa comunicazione non esiste e non ha indirizzo. Si è diffusa l'idea che il tempo attuale sia il tempo del post, post
comunismo, post moderna, post industriale, dove sembra che tutte le identità si definiscono al passato e non in relazione al futuro che vogliamo. E ciò genera indifferenza,paralisi, difficoltà e naturalmente paura del futuro. “Chi ha come linea guida l'insieme del pensare con il fare e che coltiva il senso
della responsabilità, della costruzione del futuro si pone il problema di come riscattare un presente che si vuole proiettato verso il futuro e non incatenato al passato. In un mondo dominato dalla velocità e dalla interdipendenza, dove lo sviluppo della scienza pone sempre più drammaticamente problemi etici, dove bisogna capire che non tutto quello che si può tecnicamente fare è eticamente giusto, ci dobbiamo chiedere come facciamo a ritrovare una gerarchia dei valori, come determiniamo ciò che non si compra e ciò che non vende “, perché bisogna dirlo con estrema chiarezza : l'interesse personale,di famiglia o di gruppo e quello economico non può e non deve diventare la misura di tutte le cose. Oggi ci serve voglia del futuro, senza il desiderio del futuro non c'è neanche missione. Dobbiamo recuperare la passione, i sogni e la speranza che ci hanno fatto arrivare sino ad oggi.

Con l'aiuto del Signore dobbiamo trasformare la voglia del futuro in impegno. Bisogna recuperare l'orgoglio di trasmettere agli altri e alle generazioni future i valori e le certezze che noi abbiamo trovato nell'Evangelo e che ci hanno fatto resistere nei momenti di sconforto e vincere le difficoltà della nostra vita. I versetti poc'anzi letti ci fanno intendere come Gesù fosse abbastanza drastico nei confronti di chi anteponeva al Regno di Dio i propri interessi, o quelli della famiglia o del proprio gruppo : foss' anche per seppellire i propri morti.

Tutti ricordiamo molto bene che cosa risponde Gesù a chi gli dice che c'erano i familiari venuti a riprenderlo. Il problema è che noi siamo così ostinatamente attaccati al passato perché rappresenta la nostra storia, infatti ricordiamo molto bene quelli che per noi sono stati i momenti felici e le situazioni di orgogliosa soddisfazione per tutte le cose che siamo riusciti,secondo noi, a fare bene. Gli ultimi studi delle neuroscienze hanno messo in risalto che i nostri ricordi sono in realtà ricordi non esatti, in quanto il sistema nervoso centrale non riesce a discriminare fra ciò che è realmente accaduto e come invece abbiamo elaborato e ricordiamo il fatto. E questo si coniuga perfettamente con le parole di Gesù : “ nessuno che abbia messo mano all'aratro e poi volge lo sguardo indietro è adatto per il Regno di Dio. “. Perché volgendo lo sguardo indietro rivisitiamo il nostro passato, ma lo rivisitiamo come noi preferiamo ricordarlo e ci sentiamo inorgogliti di tutto ciò che a noi sembra di aver fatto al meglio. Ma chi guarda al futuro non ha tempo per soffermarsi sul passato e va avanti con l'aratro a seminare. Ecco oggi dobbiamo renderci conto che ci siamo fermati con l'aratro e stiamo volgendo lo sguardo indietro per troppo tempo e con troppa insistenza.

Per rendercene conto basta considerare che nel 2011 nella totalità delle chiese battiste italiane ci sono stati 35 battesimi e che il Piano di cooperazione ha circa centomila euro di mancata contribuzione. L'attuale condizione richiede una chiesa più viva, più coinvolta, più preoccupata della qualità etica e sociale della vita di tutti. Oggi più di ieri la chiesa è chiamata a vivere non per se ma per gli altri e anche le nostre chiese sono interrogate da tutti questi tragici avvenimenti. Dobbiamo dedicare maggiore attenzione ai processi socioculturali ed eticopolitici in corso perché riguardano anche noi, la nostra vita individuale, quella della nostra comunità e della nostra città; dobbiamo misurare la nostra capacità o incapacità di stare in questa città come protestanti.

Aprire le porte delle nostre comunità all’esterno comporta coraggio ma principalmente comporta fiducia, fiducia in Gesù il Cristo. Spalancare le porte
è dire si all’Evangelo che ci spinge per la via a mescolarci da cristiani nella società, tra la gente. Care sorelle e cari fratelli siamo all'inizio di un nuovo anno che ci deve vedere coinvolti nelle attività della nostra comunità e principalmente nelle attività esterne e a favore della nostra città. Dobbiamo anche chiederci : che cosa facciamo per il nostro prossimo?

Oppure: come ci rendiamo prossimi al diverso, allo straniero, agli altri da noi? Non basta infatti la semplice buona intenzione, anche perché è possibile
approssimarsi all' altro con soli due euro digitando un numero al telefonino, mettendo così a tacere la nostra coscienza.

Gesù rovescia la domanda: non dobbiamo più chiederci chi sia il nostro prossimo,ma che cosa facciamo per il nostro prossimo. Non si tratta di sapere
chi dobbiamo amare, quanto rendersi conto che tutti, indistintamente, hanno bisogno del nostro amore personale, che possiamo praticare solo annullando le distanze. Solo avvicinandoci, infatti, possiamo sentire il lamento del fratello e scoprirne la sofferenza. Ma ciò che a dire sembra facile, in pratica non sempre lo è, poiché questa propensione al bene viene offuscata da quella distanza esercitata da una sorta di resistenza interiore che spesso si frappone tra noi e gli altri. A volte, anche in modo inconsapevole, si opera quella sorta di censimento dei nostri fratelli escludendoli di fatto dal nostro amore. Gesù insegna ad agire senza ipocrisie e pregiudizi e i cristiani non sono spettatori ai bordi del campo che osservano il seminatore che lavora, no noi siamo parte diretta in causa e siamo chiamati ad agire non nel chiuso delle nostre quattro mura del locale di culto ma nel mondo. Dobbiamo andare incontro alle persone e non aspettare che qualche persona entri occasionalmente nelle nostre chiese. Scrive André Gounelle : “ nella vita cristiana la chiesa rappresenta il momento essenziale e fondamentale dell'ascolto dell'evangelo. E' necessario ascoltare la Parola e perciò siamo nella chiesa. Questo ascolto però, se è fedele, deve condurre ad un impegno, è necessario che poi si esca dalla chiesa e si vada altrove per mettere in pratica questa parola“.

E' Gesù che indica il futuro con le sue parole : “Andate dunque e fate …“.