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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Marco 11, 15-19

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ROVIGO, 4 maggio 2012 - Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
il racconto della purificazione del Tempio è presente in tutti e quattro i vangeli (Mc 11,15-19; Mt 21,12-13; Lc 19, 45-48; Gv 2,14-16). La cornice narrativa è la seguente: Gesù inizia la sua attività a Gerusalemme, entra nella città santa a dorso di un asinello. I discepoli e la folla che lo accompagnano lo acclamano come discendente del re Davide che viene per annunciare il Regno messianico. Segue l’episodio del <<Fico sterile>> che costituisce assieme al nostro racconto una singola unità narrativa. L’entrata di Gesù a Gerusalemme introduce la tematica del conflitto che dominerà tutti i giorni trascorsi a Gerusalemme.

Nel nostro brano abbiamo un’immagine insolita di Gesù. Non il Gesù che conosciamo: mite, paziente, tranquillo, ma un Gesù indignato nel vedere il commercio di animali destinati ai sacrifici nei cortili del tempio considerato un luogo sacro e simbolo della presenza di Dio.
Non solo Gesù è indignato, ma è persino irritato. Infatti l’evangelista Giovanni al racconto di Marco aggiunge che Gesù «fatta una sferza di cordicelle rovesciò le tavole dei cambia valute e le sedie dei venditori di colombi; e non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio» (Giovanni 2,13ss). Mentre si traffica, Gesù rovescia a terra le tavole e le sedie compiendo un gesto profetico di grande portata le cui conseguenze non tarderanno a farsi sentire.

 


Gesù difende con il suo gesto la dignità della casa di Dio: «Non è scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto un covo di ladroni» (Mc v. 17). Contrariamente a quanto si pensa, Gesù non compie un gesto moralistico. È un Gesù irritato ma non scandalizzato, anche perché tale commercio era permesso dalla legge.
Gesù è in sintonia con la predicazione dei profeti, si comporta da vero Messia che viene ad annunciare la salvezza ma anche a rinnovare il culto e la spiritualità del popolo d’Israele. Gesù non vuole dire che il tempio non è una casa di preghiera, bensì che il tempio non è una casa di preghiera come Dio vorrebbe che sia. Già il profeta Isaia, molti secoli prima di Gesù, aveva parlato del tempio come una casa di preghiera per tutti i popoli, senza alcuna distinzione di razza, di lingua, di sesso, di condizione sociale, di colore. Isaia intravede il giorno in cui tutti i popoli sarebbero accorsi alla casa di Dio per servirlo (Isaia 56, 5-8).


Il profeta Geremia, invece, aveva accusato i frequentatori del tempio che con le loro azioni malvagie profanavano la casa di Dio. Scrive Geremia:
«Ascoltate la parola del Signore, voi tutti, uomini di Giuda, che entrate per queste porte per prostrarvi davanti al Signore! “Così parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Cambiate le vostre vie e le vostre opere, e io vi farò abitare in questo luogo. Non ponete la vostra fiducia in parole false, dicendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore! Ma se cambiate le vostre vie e le vostre opere, se praticate sul serio la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargete sangue innocente in questo luogo, e non andate per vostra sciagura dietro ad altri dèi, io allora vi farò abitare in questo luogo, nel paese che diedi ai vostri padri per sempre.
Ecco, voi mettete la vostra fiducia in parole false, che non giovano a nulla. Voi rubate, uccidete, commettete adulteri, giurate il falso, offrite profumi a Baal, andate dietro ad altri dèi che prima non conoscevate, e poi venite a presentarvi davanti a me, in questa casa sulla quale è invocato il mio nome santo» (Geremia 7, 1-9).
Geremia invita il popolo a tornare a Dio in modo nuovo e rinnovato. Per il profeta il tempio diventa una «spelonca di ladri» quando chi ci va per lodare Dio lo fa solo a parole, ma poi non compie la sua volontà, opprimendo la vedova, lo straniero e l’orfano nella vita di tutti i giorni. Dio non gradisce un simile culto!


A che serve, si chiede il Signore, entrare nella mia casa e offrirmi un culto quando poi si ruba, si uccide, si commette adulterio, si giura il falso e si opprimono i più deboli? Quando la vita non è coerente con ciò che si professa?
Dio dice al popolo: Praticate la giustizia! Non opprimete i poveri! Fate giustizia alla vedova, all’orfano e allo straniero.
Queste parole le sentiamo come rivolte a noi. In che senso? Nel senso che la nostra partecipazione al culto non è mai garanzia della nostra giustizia: la giustizia di un credente non si misura sulla base della quantità di culti che frequenta, di quante volte si reca in chiesa, bensì si misura sulla pratica della volontà di Dio nei confronti dei più deboli.


Se non siamo animati dalla passione per la giustizia, per il ristabilimento di relazioni sane tra gli individui, per il rifiuto della violenza e per la difesa dei diritti dei meno fortunati, il nostro culto a Dio è solo una perdita di tempo, e solo un culto vuoto e senza senso.
Il teologo Gollwitzer scriveva che «Una confessione di fede che non si ponga il problema della trasformazione delle strutture inique della nostra società è solo un passatempo personale, è solo religiosità che serve a ben poco».
Rauschenbusch, l’ideatore del Social Gospel, sottolinea che «il peccato non riguarda solo la singola persona, ma anche l’intera società indifferente verso i poveri e i diseredati, che impiega le sue migliori energie in imprese di morte. Dio è colui che prima di tutto si rivolge ai diseredati e agli oppressi promettendo loro un regno di pace e di giustizia».
Se comprendiamo questo, allora siamo illuminati dalle parole di Gesù: «Non è scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto un covo di ladroni» (v. 17).


Ogni qual volta celebriamo a Dio un culto e poi dimentichiamo l’impegno per i minimi, noi trasformiamo la casa di Dio in qualche altra cosa; ogni qual volta offriamo a Dio un culto e poi non siamo disponibili al perdono, indifferenti gli uni con gli altri, disprezziamo, offendiamo, e non ci curiamo del prossimo bisognoso, noi trasformiamo la casa di Dio in una «spelonca di ladri».
Non si può andare alla casa del Signore e poi non riflettere nella vita di ogni giorno e nelle relazioni interpersonali l’amore di Dio che ci chiama a trasformare il nostro modo di pensare e di vivere, che ci chiama a non essere più ripiegati egoisticamente su noi stessi ma aperti agli altri nel servizio e nella carità. La nostra vita deve essere coerente con ciò che si testimonia e si professa.


Questo vuol dire che il nostro culto a Dio, deve essere un culto sincero, vero, da cui deve scaturire la giustizia. «La religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre» non consiste forse «nel soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo?” (Giacomo 1, 27).
Gesù smaschera con il suo gesto l’ipocrisia di una religiosità vuota, sterile, fatta solo di parole e riti, ma senza alcuna attenzione per gli ultimi: gli orfani, le vedove e gli stranieri. Gesù mette sotto accusa una religiosità che non incide poi sulle scelte quotidiane, sulla vita, sulle relazioni umane.
Gesù inaugura un tempo nuovo richiamando tutti a ripensare in termini diversi il proprio culto a Dio. Un culto per tutti i popoli, senza esclusione per nessuno, la cui sincerità si manifesta nella pratica dell’amore per gli ultimi e i sofferenti.


Come abbiamo visto, Gesù per giustificare il suo  gesto contro i mercanti del Tempio si richiama all’autorità dei profeti. L’azione di Gesù non può che suscitare la reazione delle autorità religiose che vorrebbero <<farlo morire>>, ma temono il popolo che è invece <<ammirato dal suo insegnamento>> (11,18). La sua autorità è riconosciuta, almeno per il momento.
Gesù nella sua vita e nel suo insegnamento ha dato prova di cosa vuol dire rendere un culto al Padre celeste: non solo amare Dio con tutto il proprio cuore, la propria mente e le proprie forze, ma anche il prossimo come si ama se stessi. È questo il culto che Dio gradisce! Amen.