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Ezechiele 36,24-27: coltivare la speranza!

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ROVIGO, 10 aprile 2012 - Care sorelle e cari fratelli,

Il profeta Ezechiele profetizza nel VII secolo a.C. Il popolo d’Israele è stato deportato in Babilonia: Gerusalemme e il Tempio sono stati distrutti. Tutto questo a motivo del comportamento del popolo e dei suoi regnanti che hanno disubbidito alla legge del Signore e rotto  l’Alleanza. Il peccato d’Israele non è solo di tipo spirituale, ma anche sociale: non c’era più solidarietà verso i poveri, le vedove,  gli orfani e gli stranieri. I ricchi vivevano nell’agiatezza, mentre i poveri stentavano a vivere. Dio punisce il suo popolo. Israele viene deportato in una terra lontana. Ma Dio non abbandona per sempre il suo amato popolo e per bocca di Ezechiele annuncia la futura salvezza d’Israele: “Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese…(v.24).

Ma Israele è ancora in esilio. I deportati soffrono. Il loro stato d’animo è bene espresso nel capitolo 37 della profezia di Ezechiele, nella celebre visione delle “ossa secche”, quando i deportati dicono: “Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (37,11). Israele si sente senza vita, senza respiro, privo di vitalità, un popolo di “ossa secche”, un popolo in balia dei grandi poteri militari e politici che l’hanno ridotto in polvere e cenere, ma anche consapevole che se Dio non interviene difficilmente si potrà rinascere ad una nuova esistenza politica e di fede. Cantavano i deportati nel bellissimo salmo 137: “Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici delle sponde avevamo appeso le nostre cetre”. Un popolo che ha perso la gioia di cantare. Un popolo sfiduciato. Come riaccendere la speranza in un popolo ridotto ad un cumulo di “ossa secche?”. Eppure Israele vuole rivivere, vuole ritornare ad essere il popolo di Dio, la luce delle nazioni. Ed ecco, allora, che risuona forte la parola profetica: Il Signore non resta insensibile alla sofferenza del suo popolo, e quando tutto sembra perduto, il profeta è chiamato ad annunciare la salvezza del popolo. La parola che Ezechiele annuncia non è una qualsiasi parola ma la Parola di Dio, una parola che crea, rinnova e trasforma, una parola che infonde nuovamente speranza nei cuori affranti dei deportati: “vi aspergerò di acqua pura e sarete puri; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli” (v.25). Ora è Dio che si impegna a purificare il suo popolo mediante il dono di un nuovo cuore e di uno spirito nuovo, affinché Israele possa essere una comunità di uomini e donne che sappia servire Dio con amore e fedeltà. Dio dice al popolo: Vi prenderò, vi radunerò, vi condurrò, vi purificherò. Questo miracolo della speranza che si riaccende è reso possibile dallo Spirito di Dio: “Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere” (v.27). Lo Spirito divino è potenza creatrice, operatore di meraviglie. Quando il Signore opera con il suo Spirito nella nostra vita, compie sempre dei prodigi. Il primo e forse il più importante è questo: il cuore dell’uomo, prima inquieto, diviso, ribelle e nel contempo scoraggiato, ritrova la calma e la speranza. Ecco il grande miracolo dello Spirito divino! Ricevere lo Spirito di Dio significa ricevere forza e fiducia che la vita può ricominciare, che le nostre esistenze distrutte possono essere ricostruite. Israele che farà ritorno nella terra promessa sarà finalmente un popolo rinnovato, ma questa volta dal profondo, interiormente: il nuovo cuore prenderà il posto del vecchio cuore, un cuore che non dimenticherà più l’amore e la guida del Signore e che sarà in sintonia con la sua volontà. E’ da questo ‘miracolo dello Spirito’ che Israele riceve una nuova esistenza, una alleanza nuova, una benedizione nuova, un nuovo soggiorno nella terra dei padri.

Israele ottiene il perdono dei suoi peccati. Lo stato d’animo del popolo d’Israele in questa particolare circostanza è anche il nostro. Certo noi non viviamo una simile deportazione e il nostro contesto è molto diverso. Ma c’è da chiedersi se le nostre deportazioni sia come individui che popolo di Dio non siano interiori. Ci sentiamo talvolta come Israele, privi di vita, un cumulo di ‘ossa secche’ per le devastazioni che vediamo dentro e fuori di noi. Sovente siamo presi dallo scoraggiamento, dalla paura del vivere. Siamo delusi dal male e dalle ingiustizie di cui il nostro mondo è pieno. Se guardiamo alle nostre chiese ci rendiamo conto del deserto che c’è. Chiese che diventano sempre più piccole. Più funerali che battesimi. Sovente il nostro grido è lo stesso: “Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!” (v.11). Il messaggio del profeta Ezechiele è invece un messaggio che vuole rianimare in noi la speranza che non “siamo perduti”, che le nostre ‘ossa secche’ possono rivivere, che Dio ama il suo popolo e a lui dona un cuore nuovo e uno Spirito nuovo.

Dio non ci lascia marcire per sempre nel pantano delle nostre deportazioni e delle nostre delusioni. Dio in Gesù Cristo ci mostra il suo amore, ma anche la sua fedeltà. Egli ci ricrea con il suo Spirito per essere nuove creature a Lui consacrate e nel cui cuore porteranno una speranza viva per affrontare le tempeste della vita. Dio vuole ricrearsi un popolo nuovo. Allora dobbiamo affrontare con serietà il problema del peccato, della disubbidienza, della ribellione al Signore. Israele non sarebbe ritornato al suo Dio, se Dio non gli avesse donato un cuore nuovo e un Spirito nuovo. La speranza che Dio infonde nei nostri cuori per noi cristiani ha un nome: Gesù Cristo. La sua morte e resurrezione mettono fine ad ogni disperazione, danno un senso nuovo alla vita, rappresentano l’inizio della vita nuova, di una vita libera dai timori e dalle paure, da incertezze sul presente e sul futuro. Non dobbiamo dimenticare che il messaggio biblico è un messaggio che trabocca di speranza. Paolo scrive: “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito santo” (Rm 15,13). La lingua ebraica ha molte parole per descrivere la speranza. Una di queste ha a che fare con la parola <<fune>>, a indicare il sostegno al quale uno scalatore si aggrappa anche quando la vetta è ancora lontana e celata dalle nubi. Un’altra parola suggerisce un rifugio in cui ripararsi dalla tempesta per non essere sferzati dalla pioggia. Un’altra ancora implica l’attesa e la pazienza che questa spesso richiede”. La realtà del nostro mondo peccaminoso è tale che avremmo tutte le ragioni per essere spaventati dal futuro. Eppure la speranza rifiuta di accettare la sconfitta.

Anche nelle situazioni più difficili, i credenti si aggrappano alla speranza che ciò che è male passerà e ciò che è bene rimarrà. Ma perché c’è bisogno di un cuore e di uno spirito nuovo? Perché la radice del peccato umano è nel cuore, dove nascono i pensieri decisivi e le libere scelte. Allora siamo chiamati ad esprimere nuovi pensieri e sentimenti sani per compiere scelte giuste. Abbiamo bisogno di un cuore nuovo che sappia passare dall’egoismo all’amore, dalla disubbidienza all’ubbidienza, dalla disperazione alla speranza, dalla sfiducia alla fiducia che Dio non abbandona coloro che gli appartengono. Dobbiamo proseguire il nostro cammino come singoli e come comunità avendo fede che Dio ci darà il coraggio di sognare i nostri sogni, di piantare i semi della speranza per noi e per gli altri e di cogliere così un barlume della gloria che ci sarà rivelata un giorno.
Amen


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