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Home Biblicamente Relazione – Giov. cap. 15, vers. 12-17

Relazione – Giov. cap. 15, vers. 12-17

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Prosegue la pubblicazione della serie di meditazioni proposte dalla past. Elizabeth Green nel corso dell'ultimo Campo Estivo Intergenerazionale, tenutosi a Prati di Tivo dall'1 all'8 agosto 2010. Questa settimana, la quinta parte: "Relazione"

Prima di pubblicare Il Dio sconfinato, da cui in questi giorni prendiamo spunto, la Claudiana mi mandò in visione una copia della copertina: raffigurava in primo piano un uomo che guardava da lontano una montagna che sorgeva all’orizzonte. Rimasi allibita: "Bisogna cambiarla" - dissi - "perché è evidente che chi ha scelto questa immagine non ha letto il libro oppure mi sono spiegata così male che non ha compreso ciò che sto cercando di dire." Era evidente che il titolo evocava  un divino in alto e lontano senza fine e confini, orizzonti ampi e aperti, e una fede che per raggiungerlo dovesse liberarsi dei legami terreni per stare in beata solitudine in vetta al mondo.

In queste meditazioni ho voluto suggerirvi un movimento inverso, andare verso l’infinito non significa abbandonare il corpo, ma assumerlo, assumere le sue particolarità e fragilità. Non lasciare il corpo, dunque, ma tuffarsi più profondamente in esso e nella  sua vulnerabilità. Non lasciare che il corpo detti i limiti del nostro agire, ma rispondendo alla chiamata a libertà, farsi prossimo di,  ossia   avvicinarsi sempre di più gli uni agli altri, servendoci nell’amore.
In questo modo arriviamo alla nostra quinta parola, relazione. Qualcuno ha scritto “Al principio, la relazione”. Nella Bibbia, la montagna non rappresenta l’abbandono del mondo,  uno spazio potenzialmente infinito bensì il luogo dell’incontro, il luogo della relazione. E’ su un monte, vi ricordate, che Dio stipula con Mosè  i termini della relazione con Israele; ed è sul monte che Dio s’incontra con Elia e gli parla con un suono dolce e sommesso ed è ancora su un monte che Gesù spiega ai discepoli le relazioni del regno. La Bibbia, infatti, narra una serie di incontri tra Dio e donne e uomini ovvero racconta di come Dio entra in relazione con noi. Tutto parte da quel fatidico sul far della sera quando Dio andò alla ricerca di Adamo nel giardino chiedendogli Dove sei? Da quel momento Dio non ha cessato di cercarci, di avvicinarsi, di entrare in relazione con noi. Adamo, Noè, Mosé, Giosuè, Sara, Miriam, Debora, Anna, Daniele, Antonio, Aurora, Elena…
Per descrivere questa relazione tra Dio e l’essere umano le scritture utilizzano una varietà di immagini. Se Dio è il re sovrano, noi siamo i suoi sudditi chiamati a inchinarci davanti a lui e a dovergli obbidienza. Se Dio è il legislatore supremo, il giusto giudice, a noi compete mettere in pratica i suoi comandamenti, ubbidire alle sue leggi e fare la sua volontà. Se Dio è il pastore e noi siamo il suo gregge  non possiamo che seguirlo umilmente e docilmente. Se Dio è il Signore, signore e padrone, noi siamo i suoi servi chiamati a sottometterci a lui in modo incondizionato. "Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostro signori padron [...] Servite Cristo il Signore!"  La relazione tra Dio e l’individuo, tra Dio e il suo popolo, tra Dio e l’umanità è una relazione sicuramente asimmetrica, la cui asimmetria è descritta in termini gerarchici, specchio di un mondo che non c’è più, mondo che riteniamo ingiusto.
Alla luce di queste immagini di cui scritture,  inni e il nostro stesso immaginario sono intrisi, le parole di Gesù giungono come un vento di aria fresca: Voi siete i miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi; perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udito dal Padre mio. Se vogliamo dare un nome alla relazione che Dio vuole instaurare con noi ora possiamo farla. Si chiama amicizia. L’amicizia, scopriamo da questo testo, è caratterizzata dal fatto che Gesù ci fa partecipi della sua opera, della sua missione, del suo infinito sconfinarsi. In una parola, del suo amore. Infatti in Esodo si legge: Or il Signore parlava con Mosè faccia a faccia come un uomo parla col proprio amico”  (33,11) Anche ad Abramo Dio non nascose ciò che stette per fare me gli fece partecipe dei suoi progetti, Abramo credette  e così fu chiamato amico di Dio.  La differenza è questa: mentre il servo non sa quello che fa il Signore, Gesù fa partecipare i suoi amici e le sue amiche alla sua stessa relazione con Dio. "Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio." Essere amici di Dio vuole dire essere parti attive, compartecipi dell’agire di Dio nel mondo.
Qual è l’agire di Dio nel mondo?  Creare relazione, creare amicizia o meglio ripristinare la relazione alla base della vita umana. Amicizia che nasce da quello sconfinarsi assoluto: Nessuno ha amore più grande che quello di dare la sua vita per i suoi amici. Da una parte, il desiderio di relazione, di far sì che diventiamo i suoi amici e le sue amiche, spinge Dio a sconfinarsi dall’infinito al finito, dallo spirito al corpo, dalla vita alla morte e la morte in croce. Dall’altra parte, però, è proprio tale sconfinarsi divino a produrre amicizia tra le genti. In altre parole, essere amici di Dio significa creare relazione, entrare in amicizia gli uni con gli altri. Gesù abolendo la causa dell’inimicizia, diventa  fonte di amicizia, amicizia che non tiene per se una conoscenza che libera ma la condivide, permettendo ad altri di sviluppare le proprie potenzialità. Alla fine dell’infinito, l’amicizia. Perciò la Bibbia narra episodi di straordinaria amicizia anche tra esseri umani, l’amicizia tra Davide e Gionatan, per esempio, tra  Rut e Noemi.
Lungo la storia le nostre particolarità sono diventate limiti e i nostri limiti due barriere, due popoli, due generi, due classi sociali tra i quale vige una gerarchia di dominio da una parte e sottomissione dall’altra. Per secoli anche la relazione con Dio è stata pensata in questi termini: "Mogli siate soggette ai vostri mariti, come al Signore." Eppure in Gesù Dio stesso supera una tale relazione basata sul  signoreggiare sugli altri. Prima ci invita a diventare servi gli uni degli altri e poi, dichiarandoci suoi amici e sue amiche,  ci invita a diventare amici e amiche gli uni degli altri. "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi." Nessuno ha amore più grande che quello ci dare la sua vita per i suoi amici.
Andare verso l’infinito non significa stare in beata solitudine in cima al monte ma, un po’ come abbiamo fatto questa settimana, cogliere la montagna come luogo di incontro, dove Dio entra in relazione con noi e chiama quella relazione amicizia. Andare verso l’infinito non significa rimanere chini in abiezione né davanti a Dio né davanti agli uomini, ma essere da Dio sollevati per andare nel mondo a testa alta aiutando altri e altre a fare altrettanto. Andare verso l’infinito non solo come un farsi prossimo dell’altro ma, consapevoli della nostra vulnerabilità, lasciare che l’altro si faccia prossimo di noi, tessendo cioè relazioni di vera amicizia.