I battisti

Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Biblicamente Compassione - Luca cap. 10 versetti 25-37

Compassione - Luca cap. 10 versetti 25-37

E-mail Stampa PDF

Prosegue la pubblicazione della serie di meditazioni proposte dalla past. Elizabeth Green nel corso dell'ultimo Campo Estivo Intergenerazionale, tenutosi a Prati di Tivo dall'1 all'8 agosto 2010. Questa settimana, la quarta parte: "Compassione"

Fratelli, e sorelle voi siete stati chiamati a libertà. Il testo sul quale abbiamo riflettuto ieri prosegue soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne  ma per mezzo dell’amore servite gli uni gli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola “ama il tuo prossimo come te stesso”. Abbiamo appreso che siamo stati liberati da tutto ciò che rende la vita disumana, ma non sappiamo  ancora per che cosa siamo stati liberati. Ora il nostro testo celo dice: per servire gli uni gli altri per mezzo dell’amore. Ecco la nostra quarta parola: amore, misericordia, compassione ama il tuo prossimo come te stesso.

E chi è il mio prossimo? Appena udito il comandamento e rendendosi conto della sua portata potenzialmente infinita il dottore della legge cerca subito di confinarlo entro certi limiti, ossia di ottenere da Gesù una definizione ben precisa del prossimo in modo da potere escludere alcuni dall’amore richiesto... mantenendo allo stesso tempo una buona coscienza!

 


Non sappiamo se abbiano una buona coscienza o meno  il sacerdote e il levita che vedendo un uomo lasciato mezzo morto sull’orlo della strada passarono oltre dal lato opposto. Abbiamo dunque una strada, strada che va da Gerusalemme (città costruita tutt’intorno al tempio e quindi alla fede in Dio) fino a Gerico. E’ una strada che - pur  portando da qualche parte - diventa  un confine, confine che può essere varcato, confine che può essere mantenuto. Tutti e tre i viandanti vengono descritti  a partire dalla loro appartenenza etnico-religiosa: il levita e il sacerdote tornano a casa probabilmente dopo un periodo di servizio nel tempio dove avranno offerto il loro servizio davanti al Signore. Eppure questo servizio prescritto dalla legge, la preghiera, la lettura della Torah, i sacrifici offerti,  non li spinge ad avvicinarsi all’uomo moribondo. Anzi passano oltre dal lato opposto. Proseguono il viaggio facendo finta di niente. Arriva il samaritano che  non appartiene al cerchio del tempio, anzi è giudicato un eterodosso e collocato al di fuori dei confini di Israele, nella zona dell’impuro per intenderci. Che cosa fa questo outsider?  Anche lui, come gli altri, vede l’uomo ma, a differenza di loro, invece di passare oltre dal lato opposto, attraversa la strada e si avvicina all’uomo. Non si approfitta della strada per continuare il suo viaggio, non ne fa un confine da porre tra lui e l’uomo ferito, ma la usa per raggiungere l’uomo lasciato mezzo morto.


Raggiunge dunque la vittima dell’agguato, si china sopra di lei per capire meglio l’entità del danno e poi comincia a  prestarle le prime cure.  Sposta leggermente  l’uomo, comincia a lavare le sue ferite versandovi dell’olio per pulire e lenire il dolore, fascia le sue piaghe. Vi siete sicuramente accorti di come il testo si sofferma sul  corpo a corpo tra il samaritano e l’uomo sanguinante. Riuscite a immaginare la delicatezza con cui il samaritano si prende cura dell’altro facendolo spostare pian piano, badando a non fargli più danno, forse  sussurrando delle parole di conforto e incoraggiamento? L’attenzione nei confronti del bisognoso non si esaurisce con i  primi soccorsi, ma - caricandolo di peso sul suo asino (o quello che fosse) - senza badare al tempo che sta impiegando, senza paura di arrivare tardi a Gerico, senza paura di sporcarsi mani e vestiti, lo porta in una locanda, dove continua a vegliare su di lui. Solo il giorno dopo, assicuratosi che l’uomo è fuori pericolo, il samaritano prosegue il suo viaggio. Ma non prima di pagare l’oste raccomandandogli: "Prenditi cura di lui e tutto ciò che spenderai di più ti rimborserò al mio ritorno." Non solo il samaritano si è prodigato nelle cure, ma non pone limiti a ciò che l’oste deve spendere per rimettere in sesto il malcapitato. In altre parole, offre all’uomo la possibilità di cure infinite. L’immagine è analoga a quella della donna che rompe il vaso di olio prezioso in modo che ogni singola goccia di profumo inondi il capo, il corpo, i piedi di Gesù. Rispecchia un movimento da che parte dal cuore e va verso l’esterno attraversando barriere per raggiungere il corpo altrui. L’immagine è quella di una grazia abbondante, anzi sovrabbondante, infinita, senza fine, senza confine.


"Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nel ladroni?" chiede Gesù al dottore della legge. E questi, il cui cuore era meno duro di quello dei suoi colleghi che  viaggiavano da Gerusalemme a Gerico, rispose: "Colui che gli usò misericordia." E' uno scambio che a prima vista sconcerta. Sconcerta perché, insieme al dottore della legge, ci aspettavamo qualcosa  che riguardasse l’atro - il prossimo appunto - e invece ci troviamo davanti a una storia che definisce noi stessi. Il prossimo non è l’altro,  ma siamo noi, sono io,  sei tu, siamo noi chiamati a diventare prossimo gli uni degli altri! E diventare prossimo significa,  secondo la nostra storia, non chiudere gli occhi alla vista dell’altro,  ma avvicinarsi, attraversare confini,   scomodarsi, sporcarsi le mani, toccare,  prendersi cura dell’altro per  aprirgli o aprirle le possibilità di un’attenzione infinita, di una grazia sovrabbondante.. Perché?


Perché il samaritano è riuscito a fare ciò che gli uomini religiosi al di sopra ogni sospetto non hanno fatto? (mostrandoci en passant che l’ortoprassi, il giusto agire, è ciò che conta e non l’ortodossia, la giusta dottrina). Perché l’escluso è riuscito laddove coloro che potevano vantarsi di un’appartenenza senza macchia al popolo di Dio sono falliti? Perché il samaritano si è fatto prossimo e gli altri no?
La risposta è chiara. A spingere il samaritano ad attraversare la strada, a interrompere il suo  viaggio, a darsi da fare per l’altro è stata la compassione. Lo vide e ne ebbe pietà. Lo vide e provò compassione, patì insieme all’uomo ferito, i dolori di questi diventarono i propri dolori, vide l’uomo ferito giacente sull’orlo della strada e si senti legato a lui con un filo invisibile  che tirava il suo cuore, la sua pancia, i suoi visceri. La frase qui tradotta come ne ebbe pietà si riferisce infatti proprio a un moto fisico, che viene dal profondo, che muove, commuove, smuove  la nostra corporeità. La stessa parola viene usata da Giovanni nella sua lettera, "Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede nel suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui (ovvero gli chiude le proprie viscere) come potrebbe essere l’amore di Dio essere in lui?"  Già, come potrebbe essere l’amore di Dio in lui perché nel primo testamento la stessa parola riferita a Dio e tradotta misericordia   proviene dalla parola ebraica per utero, grembo è si riferisce all’ amore materno, corporeo, appassionato e compassionevole di Dio verso l’umanità. Un amore che soffre insieme a e spinge all’azione.
Per una vita il samaritano era stato escluso, oggetto di discriminazioni di ogni tipo. Eppure fu lui ad attraversare la strada, a sconfinare per andare dove? Non verso l’infinito ma verso il finito: un mucchio di carne e ossa lasciato mezzo morto lungo la strada. A questo vaso di terra fragile, scosso, frantumato, il samaritano prestò delle cure, cure  potenzialmente infinite, senza fine. Non lo fece in ubbidienza a quello o quell’altro precetto ma spinto da un sentire profondo, un sentire che lo univa all’altro, che vedeva nella sorte dell’altro  il suo stesso destino spinto cioè dalla compassione. E’ esattamente ciò che Dio ha fatto per noi, mosso da compassione ha intrapreso un viaggio, è diventato corpo e ha dimorato per un tempo tra di noi. E Gesù  al dottore della legge disse: "Va e fa anche tu la stessa cosa."