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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Il corpo - GV 1, 1-4,14

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Da oggi iniziamo la pubblicazione di  una serie di meditazioni proposte dalla past. Elizabeth Green nel corso dell'ultimo Campo Estivo Intergenerazionale, tenutosi a Prati di Tivo dall'1 all'8 agosto 2010.

A un certo momento Dio disse al profeta Ezechiele di prendere il rotolo - quindi un libro dell’epoca - e mangiarlo, masticarlo, meditarci su, assimilarlo Nutriti il ventre e riempi le viscere di questo rotolo che io ti do. In questi giorni che staremo insieme vorrei invitarvi  a mangiare, masticare, ruminare, se volete, non un rotolo che potrebbe risultare un po’ indigesto ma cinque parole. Una parola al giorno, una parola alla volta. E la prima parola che guiderà non solo le nostre riflessioni di stamattina ma anche le attività di questo giorno è la parola corpo. La parola è diventata  carne, la parola si è fatta corpo.

Il nostro è fondamentalmente un incontro di corpi. Eccoci qua ognuno col proprio corpo. E’ difficile immaginare come potremmo esserci senza il nostro corpo. Il mio corpo sono io, come diceva qualcuna. Corpi diversi. Chi può dirsi veramente soddisfatto  del proprio corpo? Chi lo avrebbe voluto più alto?, più magro? Con i capelli ricci? Con i capelli lisci? Magari più giovane o con una salute meno cagionevole? Il corpo di che cosa è segno?

Prima di tutto, come avremo già capito, è segno della nostra particolarità. Del nostro essere così e non altrimenti. Prendiamo Ettore, per esempio. Non è possibile immaginare Ettore diversamente. L’essere così connota Ettore. Il nostro corpo salvaguarda la nostra unicità e direi, facendo un salto teo-logico -  anche la nostra preziosità. Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e ti amo dice il Signore.

Se pensiamo alla nostra particolarità – siamo tutti pezzi unici – il corpo segna, in secondo luogo, anche il nostro limite. Siamo qui e quindi non siamo altrove. Sono così e quindi non sono altrimenti. Sono donna e non uomo, sono ormai di mezza età e quindi non più giovane, sono bianca di pelle e pur avendo le mie esperienze di diversità  mai posso conoscere ciò che sperimentano sulla loro pelle le nostre sorelle e fratelli africani nel nostro paese. In altre parole, il corpo è segno dei limiti insiti nell’ essere umano.

Infine, come tutti sappiamo, il nostro corpo  a volte fa cilecca. Abbiamo mal di testa, il ginocchio cede, a volte ci ammaliamo e per alcune persone il corpo non è neanche mai stato in  forma perfetta. Infatti, secondo uno dei racconti della creazione, siamo fatti dalla polvere della terra, elemento friabile che  si spacca, si sgretola, si rompe. Non siamo che vasi di terra, diceva Paolo. E quindi, ecco che il corpo è segno della nostra fragilità.

Il corpo, nonostante la sua fragilità, è sede, però, della nostra possibilità, delle potenzialità di ciascuno e ciascuna di noi.  Tutto parte dalla nostra realtà corporea, senza la quale non saremmo qui. Ma allo stesso tempo il corpo è portatore di limite, siamo così e non altrimenti. E così eccoci qua dopo un viaggio lungo e tortuoso, viaggio che è stato preparato da tempo (chi è venuto dal nord, chi dal sud) in un incontro mediato dal corpo.

Anche Dio ha fatto un viaggio. La parola è diventata carne dichiara Giovanni, la parola è diventata corpo. La Parola che era Dio, in cui era la vita e la vita era la luce degli uomini si è fatta corpo. Dio, quindi, si è messo in marcia  non verso l’infinito ma proprio nella direzione opposta, verso il finito. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo e poi, è venuta nel mondo e infine, è diventata carne. Così come noi abbiamo fatto un lungo viaggio per incontrarci e per conoscerci, anche  Dio ha fatto un viaggio, facendosi corpo, diventando come dicono altrove le scritture, simile agli uomini per farsi conoscere. Che cosa significa?

Significa che Dio ha fatto propria tutta la particolarità dell’essere umano in un uomo, Gesù di Nazareth che è nato quando Quirinio era governatore della Siria secondo Luca, è vissuto per una trentina di anni tra la Galilea e la Giudea ed è morto, crocefisso sotto Ponzio Pilato. Gesù era così e non altrimenti; la sua unicità era  sede di tutte le sue possibilità, possibilità raccontate dai vangeli. Allo stesso tempo, però quella particolarità era portatrice di limite. Gesù era uomo e non donna, ebreo e non che ne so io, indù, nato a un certo momento storico e non in un altro, in un certo angolo del mondo e non altrove. I suoi limiti sono ben visibili, per esempio, nell’episodio della donna cananea la cui figlia si è dapprima rifiutato di guarire Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini. Possiamo dire, quindi, come difatti la teologia ha detto che, diventando corpo, Dio si è autolimitato. Ha assunto facendoli propri i limiti insiti nella condizione umana. Non solo, ma ha anche preso su di sé la nostra fragilità. Il vaso di terra. Il peso della morte, della malattia, del peccato. Dall’ infinito ha viaggiato verso il finito, ovvero la morte e la morte di croce.

Che cosa ha spinto Dio a fare questo viaggio all’inverso? A spogliarsi degli orizzonti infiniti per diventare finito? A spogliarsi dell’immortalità per diventare mortale? A disfarsi di tutto ciò che lo faceva divino per farsi umano? La risposta probabilmente la conosciamo; Dio è stato spinto dall’amore come dirà Giovanni qualche capitolo più in la: Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio. Per amarci, Dio doveva diventare come noi. Per amarci e farsi amare Dio doveva diventare corpo. E così non andava verso  l’infinito. O possiamo dirlo in altro modo, perché siamo solo all’inizio della storia, per andare verso l’infinito dovette andare verso il finito, doveva accogliere, accettare il limite impostogli dalla condizione umana, la particolarità, il limite, la fragilità.

E la parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi. Esattamente come faremo noi questa settimana. L’abitare di Gesù è un soggiornare, quel dimorare per un certo tempo, tempo determinato, con una certa precarietà. E’ un innalzare tra di noi la sua tenda per condividere un po’ del nostro cammino. Noi non siamo in tenda per fortuna, ma anche noi siamo venuti fin qui per dimorare per un po’ di tempo. Siamo in viaggio verso l’infinito, ma la prima tappa è un ritorno al finito, alla consapevolezza del nostro corpo, segno della particolarità e preziosità di ognuno e ognuna, ricordo perenne del nostro limite, formato dalla polvere della terra con tutta la sua fragilità. Per andare verso l’infinito bisogna partire da qui,dal nostro corpo, perché il corpo siamo noi.