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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Abbracciare un albero!

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Matteo-13-31-32 Questa estate ho ricevuto una cartolina con la foto di un bosco, tanti alberi tutti allineati. Quando ho guardato l’immagine da vicino ho visto che davanti ad ogni albero, aggrappato al tronco c’era un paio di mani. Ci è voluto qualche secondo per rendermi conto che dietro ad ogni albero c’era una persona. La cartolina, quindi, non era di un bel bosco verde bensì di persone che stavano abbracciando degli alberi. Anche io stamattina voglio invitarvi ad abbracciare un albero, a sentire qualcosa della sua linfa vitale scorrere in voi. Chi medita giorno e notte sulla via del Signore, dice il salmista “sarà come un albero piantato vicino a ruscelli”.
Eppure in questi locali di culto non vedo degli alberi. Come possiamo abbracciare un albero se non c’è un bosco? Ma forse avete già indovinato, l’albero che oggi vorrei invitarvi ad abbracciare è un albero genealogico, l’albero genealogico delle chiese battiste cui quattrocento anni di vita stiamo oggi celebrando. Il nostro albero, lo dobbiamo costruire noi con la nostra fantasia, dalle radici ai rami, dal tronco al fogliame lo dobbiamo immaginare. Scegliete l’albero che desiderate, magari un’antica quercia dei paesi nordici, o uno di quei pini giganti della Maremma . oppure poiché è tempo di olive, un ulivo, un ulivo secolare.
L’albero, lo dice la stessa parabola nasce da un seme, anche un seme minuscolo, come potrebbe essere un’oliva, una ghianda o persino un granello di senape. Il seme, si legge altrove, è la parola di Dio, la stessa parola che in Gesù è diventata carne e ha abitato per un tempo tra noi. Il seme, se una volta caduto in terra non muore, rimane solo, ma se muore produce molto frutto. Ecco il seme da cui nasce il nostro albero, il nostro ulivo, Gesù detto il Cristo, morto e risorto per noi. Suo è il regno che siamo chiamati ad annunciare. Da lui scaturisce la vita che fa crescere l’albero, il seme germoglia, comincia a mettere le radici, appare un piccolo gambo esile, la vita di Cristo si fa vedere nei primissimi discepoli e discepole (Pietro e Maria, Giovanni e Susanna) che confessano Gesù come il Cristo, il Signore, il Figlio di Dio.
Man mano che la parola viene seminata e il vangelo diffuso, le chiese si moltiplicano e il tronco comincia a formarsi. Passano gli anni e le diverse comunità cristiane sparse sul territorio dell’impero romano s’incontrano. Ragionano sulla loro fede per poterla confessare nel linguaggio e nei concetti dell’epoca; cercano di fare ordine in una pluralità di espressioni di quell’unico Cristo, si celebrano i Concili ecumenici, Nicea, Efeso, Calcedonia riconosciuti da tutte le chiese. L’albero s’innalza sempre più forte e il tronco diventando sempre più largo comincia, come i tanti ulivi che vediamo nei campi, a diramarsi. Nel corso del medioevo nasce un altro ramo; nasce per motivi culturali, geografici, storici teologici. Nasce , non lo nascondiamo, anche per sottrarsi al potere invadente dell’occidente. E’ il primo grande ramo che parte dal tronco del nostro albero e continuerà a crescere fino ai nostri giorni, mettendo altri rami, dando vita a tante foglie, producendo tanto frutto. E’ il ramo dell’oriente, le chiese ortodosse.
In occidente l’albero continua ad irrobustirsi, attraversa altri cinque secoli diventa un albero vitale e possente finché anche quel tronco si divide diventando due rami. Immaginate, quindi, il vostro albero, il pino, la quercia o quello che sia nato da un seme minuscolo, come può essere un granello di senape, il quale resistendo alle intemperie non ha smesso di crescere e ora millecinquecento anni dopo si presenta possente con tre rami. Sono le tre famiglie cristiane, le chiese della tradizione orientale, e quelle occidentali, la cattolica da una parte e le chiese protestanti dall’altra.
Guardate che fino a quel momento – siamo nel 1517 quando Lutero fissò le sue 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg oppure il 1521 quando l’editto di Worms lo dichiarò eretico oppure il 1530 con la prima confessione di fede protestante, la chiesa in Occidente è unica ed è anche nostra. A differenza di quello che raccontano a scuola il tronco non è la chiesa cattolica da cui esce il protestantesimo ma le chiese protestanti e quella cattolica nascono contemporaneamente da quel tronco che in occidente ha continuato a crescere .
Ed eccoci al ramo protestante. Dopo quindici secoli dalla semina quel piccolo seme è ancora vitale, vuole ancora crescere, ampliarsi ancora per esprimere tutta la sua potenzialità. Questo ramo nasce e crescerà per dare forma ai quattro principi condivisi da tutto il mondo evangelico e quindi anche da noi battisti: Sola scrittura, solo Cristo, sola grazia e sola fede cui possiamo aggiungere il sacerdozio di ogni credente. Un modo diverso di vedere il messaggio cristiano, un modo diverso di vivere la chiesa. Ecco perché questo ramo è nato, ecco perché l’albero sta diventando ancora più folto, per permettere alla fede cristiana formulata dai primi testimoni di esprimere tutta la sua pienezza e far sicché niente vada perso. E’ spuntato il ramo che come battisti ci sostiene ma noi non ci siamo ancora.
Ma era proprio necessario che il ramo protestante continuasse a crescere e a diversificarsi? (come d’altronde hanno fatto gli altri rami). Non bastavano le chiese che all’inizio del seicento già esistevano, le chiese luterane, le chiese riformate, la chiesa Anglicana? Ogni paese poi aveva la sua confessione cristiana, le guerre di religione erano finite; intanto il principe o il re decideva la fede del popolo da lui governato:. l’Italia , la Spagna, la Francia cattolica, l’Inghilterra anglicana, la Germania divisa tra cattolici e protestanti, La Scandinavia Luterana e via dicendo. Era proprio necessario che dopo un Lutero, un Calvino o uno Zwingli nascessero i battisti?
Ebbene sì! C’era qualcosa in quel seme che doveva ancora trovare espressione, che cercava una voce, una vita , dei corpi. Non che era stato del tutto assente dall’albero ma forse rischiava di soffocarsi o persino di scomparire. Che cosa c’era nel seme che spingeva, spingeva per venire alla luce? E’ la libertà di Cristo, la libertà che abbiamo in Cristo, la libertà che Cristo ci dona: Voi siete stati chiamati a libertà. State dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù. A bramare la libertà era la coscienza tenuta a bada troppo tempo dalla spada, ingabbiata dall’autorità. A bramare la libertà era la parte più intima dell’essere umano, ciò che garantisce ad ognuno e ognuna la propria irripetibilità, la propria dignità. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi. Ecco perché quel ramo, il nostro ramo doveva spuntare per testimoniare della libertà che Cristo ci dona. Ora il Signore è lo Spirito; e dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà. E’ lì tra l’Inghilterra e l’Olanda che quattrocento anni fa soffiava forte il vento dello Spirito del Signore portando la libertà di credere non secondo i dettami dello stato né della chiesa ma secondo la propria coscienza. la convinzione del proprio cuore. Da questo convinzione di fondo nascono i primi battisti . Questa è la nostra ragion d’essere. Come si è manifesta questa gloriosa libertà dei figli e figlie di Dio? Quali frutti sarebbero poi spuntati dal nostro ramo?
Il primo è sicuramente il battesimo dei credenti, ossia di persone in grado di rispondere consapevolmente alla chiamata di Gesù e di confessare la sua signoria sulla propria vita. All’epoca tutte le grandi chiese, legate al territorio e al potere civile, praticavano il battesimo degli infanti, ci si era inseriti nella chiesa-stato dalla nascita –. La libertà di coscienza, però, e il libero esame delle scritture richiedevano che ognuno e ognuna potesse confessare la propria fede secondo il più profondo convincimento del suo cuore. La fede cristiana per essere veramente fede deve essere libera. Che fede è che viene imposta dalla famiglia o dallo stato o dalla chiesa? Di conseguenza il battesimo di coloro che in piena coscienza e libertà rispondono alla chiamata di Cristo.
Il secondo frutto a spuntare dal nostro ramo è la distinzione tra chiesa e stato. Anzi possiamo dire di più è il germe dello stato laico. Siamo nel seicento e i cristiani battisti lottarono per ottenere la tolleranza religiosa non solo per loro stessi ma per le persone di ogni fede e di nessuna fede. Siano essi eretici, turchi, ebrei, papisti o altri La libertà di credere o di non credere da una parte, garantita e facilitata dallo stato laico, dall’altra.
Il terzo frutto del battismo , quindi, non può essere che quel bene prezioso che è la convivenza tra persone che vivono e pensano in modo diverso. Così uno dei nostri primi antenati scrisse Io non mi ritrovo nel novero di quanti presumono di avere per sé una tale conoscenza plenaria … si sentono autorizzati a censurare tutti ad eccezione di quanti condividono le loro idee….Diversità di giudizio su questioni contingenti, come sono tutte quelle che riguardano l’esteriorità della chiesa, non mi indurranno più a rifiutare la fratellanza di qualsiasi cristiano che viva nel ravvedimento e nella fedeltà Il rispetto accordato alla coscienza non solo propria ma dell’altro è alla base della convivenza pacifica tra le persone diverse per qualsiasi motivo.
Il quarto frutto è l’adoperarsi affinché tutti e tutte possano godere di quella libertà premessa e frutto della fede cristiana. Esso fu alla radice dell’impegno di Roger Williams il quale convivendo insieme agli indiani d’America, imparando la loro lingua, trattandoli alla pari, fondò poi una colonia che garantì la libertà religiosa a tutti. E che dire di Martin Luther King cui impegno nella lotta non violenta per i diritti civili degli afroamericani fu diretta conseguenza della sua appartenenza battista?.
Ecco l’albero genealogico battista, albero nato da quel piccolo seme caduto in terra, Gesù il Cristo .. E’ un albero con un tronco forte e robusto da cui partono tre rami. Da uno di quei rami, quattrocento anni fa ne è spuntato un altro ramo. Dopo sedici secoli la linfa dello Spirito divino è scorsa lungo il tronco e con un impeto vitale ha fatto crescere un ramo con i suoi rametti, le sue foglie, i suoi frutti. Io ne ho colto quattro: il battesimo dei credenti, la separazione tra chiesa e stato, la convivenza delle diversità, l’impegno a favore dei diritti umani. Essi nascono dal nostro specifico, il nostro ‘carisma’ direbbero i cattolici: la chiamata a libertà. Sicuramente ci sono tanti altri frutti, la democrazia, per esempio o l’amore per l’individuo che ha spinto migliaia di missionari ad annunciare il vangelo in tutto il mondo Non pensiamo che sia un albero perfetto, anzi, come battisti non siamo stati fedeli alle nostre radici, anzi sappiamo fin troppo
bene che alcuni frutti si sono marciti, e che nelle comunità c’è anche una buona dosi di intolleranza, colonialismo, razzismo, omofobia .
Questo è l’albero genealogico dei battisti che oggi vi invito ad abbracciare. Ma prima di farlo, vorrei dirvi il perché .di questo gesto forse poco consueto Abbracciare un albero è un modo di fare nostro quell’albero, di fare sentire scorrere in noi la stessa linfa vitale che ha animato e sostenuto le chiese battiste per quattrocento anni. E’ un modo per identificarci con quell’albero e lasciare che la sua forza fluisca in noi e produca i suoi frutti. E’ un modo per diventare un po’ più consapevoli di perché siamo cristiani, e perché siamo protestanti e perché siamo battisti. E’ un modo di diventare anche noi un albero piantato vicino a ruscelli il quale dà il suo frutto nella stagione , e il cui fogliame non appassisce .Ma non è solo quello.
Abbracciare un albero non è una mistica di tipo new age. Abbracciare un albero è una forma di protesta usata da secoli in India e con molta efficacia dalle donne del movimento Chipko.. Quando le alluvioni portavano via la terra i villaggi delle Himalaya rischiavano di scomparire a causa del deboscamento donne come Mira Behn, discepola di Gandhi impedivano che altri alberi ancora venissero tagliati abbracciandoli. Non permettevano che si tagliassero gli alberi che garantivano la sopravvivenza della loro gente. Arrivavano le ruspe, arrivavano le moto seghe. Loro abbracciavano l’albero. Avevano qualcosa da difendere, avevano qualcosa da proteggere, avevano qualcosa da testimoniare. E noi?
Sono passati quattrocento anni dalla fondazione delle prime chiese battisti. Ora è possibile che alcuni dei nostri frutti – potrebbe essere lo stesso battesimo - appaiono meno importanti, mentre altri sono di un’attualità sconcertante. Ed è proprio su questo che vorrei invitarvi a riflettere. E’ vero in Italia noi battisti siamo pochi in tutti i sensi, le chiese sono piccole, le risorse minime, il nostro potere sociopolitico non esistente. E, se siete un po’ come me, vi sarete chiesti se il nostro essere battisti, il rimanere attaccati al nostro albero genealogico abbia un senso. Io credo proprio di sì. Perché fratelli e sorelle, voi siete chiamati a libertà: state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù..
Devo ricordarvi dell’importanza della libertà di coscienza in un paese che non ha ancora una legge sulla libertà religiosa? Paese che regola i suoi rapporti con le fedi religiose in modo da privilegiare alcune (e una in particolare) e discriminare altre? Ci rendiamo conto di quanto sia importante adoperarci per uno stato laico, una scuola veramente laica, non per noi stessi ma per tutti e tutte? Non perché è di moda o fa parte di quel o quell’altro corrente politico ma perché è una conseguenza diretta della nostra fede in Cristo e della libertà che egli ci dona?
La stessa cosa vale per la convivenza tra le differenze. Molti osservatori concordano sul fatto che su questa nostra capacità o incapacità si gioca non solo il futuro del nostro paese ma dello stesso pianeta. In un ultimo suo libro Leonardo Boff parla dell’importanza della convivenza, della tolleranza, del rispetto. Ci rendiamo conto che come battisti abbiamo una testimonianza fondamentale da offrire a proposito e un’esperienza da condividere ? Che le nostre chiese e le associazioni e persino l’Unione sono palestre dove ci esercitiamo nel rispetto reciproco e l’accoglienza mutua? In questa congiuntura storica il nostro albero genealogico va abbracciato non solo per noi, ma per l’albero intero e non solo per l’albero del cristianesimo ma per tutta la foresta.
Infine, se nel nostro paese un ragazzo inerme può essere arrestato, picchiato e persino morire mentre custodito dallo stato, se immigrati che stanno fuggendo le barbarie della guerra e della fame continuano ad essere respinti, se giorno dopo giorno donne vengono stuprate e massacrate a botte e ragazzi rischiano la pelle per il semplice fatto di essere gay non ci vuole una strenua difesa dei diritti umani, della dignità di ciascuno e di ciascuna in quanto figlio o figlia irrepetibile dell’unico Dio?
Abbracciare il nostro albero genealogico non è un gioco. Ci vuole coraggio. Lo stesso coraggio che animava le donne in India che rimanevano aggrappati agli alberi quando arrivavano le ruspe. Lo stesso coraggio che animava i nostri antenati morti nelle galere inglesi. Coraggio che nasce dalla fede. Fede in quel Dio che ci chiama a libertà e fede che la libertà in cui crediamo, che viviamo ed agiamo nelle chiese vada al di là delle nostre piccole comunità, vada al di là di ciò che possiamo vedere o immaginare, investa il luogo in cui viviamo e faccia crescere l’albero, non per se stesso ma per gli uccelli del cielo che vengono a ripararsi tra i suoi rami.
Fratelli e sorelle delle chiese battiste in Toscana unite in questo culto per ricordare i quattrocento anni del battismo, non so se l’albero che avete immaginato è un pino, una quercia o un ulivo ma vi invito ad abbracciarlo. Vi invito ad abbracciare liberamente, consapevolmente il nostro albero genealogico in modo che la linfa vitale dello Spirito di Cristo fluisca in noi. In modo che in questo luogo e in questo tempo possiamo manifestare la gloriosa libertà dei figli e figlie di Dio portando del frutto per il bene dell’umanità e per la maggiore gloria di Dio.

Past. Elizabeth Green