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Il mestiere di vivere

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Il Rabbi di Kobryn grido? un giorno, rivolto in alto: «Angioletto, angioletto, non e? un'arte particolare
stare cosi? in cielo da angelo, tu non hai bisogno di mangiare e di bere e di generare figlioli e di
guadagnare denaro.  Salta un po? giu? sulla terra e mettiti a mangiare e a bere e a generare figlioli e a
guadagnare denaro; staremo a vedere se rimani un angelo.  Se ti riesce, allora puoi vantarti, ma ora
no!».
 
Credo che il Rabbi di Kobryn abbia ragioni da vendere.  Vivere sulla terra non e? facile.   Il mestiere
di vivere non e? semplice.   Noi, d'altra parte, facciamo veramente poco per semplificare la nostra
vita, anzi, direi che siamo specialisti nel complicarcela.  Viviamo sempre in vista di fare, di
realizzare qualcosa; e ogni volta che arriviamo alla meta, non ci sentiamo pieni, realizzati,
soddisfatti.  Ci sentiamo vuoti.  Come se qualcosa continuasse a mancarci, a mancare dalla nostra
esistenza, anche se il piu? delle volte non sappiamo nemmeno cosa ci manca.
 
Di fronte a questa mancanza si puo? reagire in diversi modi;  un modo di reagire e? quello di Lazzaro:  
ci lasciamo seppellire in una grotta,  ben incatenati.  Ci costruiamo il nostro proprio sepolcro, il
nostro rifugio.   Decidiamo di riempire il vuoto della nostra esistenza sigillando il nostro uscio:
l'uscio interiore e l'uscio esteriore.  La vita e? dura,  e quindi cerchiamo di proteggerci  
rinchiudendoci in un bunker.  Nel bunker non ci sentiamo liberi, ma avvertiamo un senso di
sicurezza, di protezione.  Abbiamo accettato che la nostra vita ormai sono gli altri a farla, in cambio
di un po’ di tranquillita?.  
 
Un mio amico mi ha detto qualche tempo fa: «Sai, ho la sensazione di non avere piu? la forza di
decidere l'orientamento della mia vita.  Mi sento sopraffatto da forze esterne che, ogni giorno,
scelgono al mio posto. Mi sento come se fossero gli altri a vivere la mia vita.  E ogni volta che mi
sento cosi?, non faccio altro che cercare un posto tranquillo dove nascondermi».
 
La scelta di Lazzaro, di fronte alla miseria spirituale, di fronte alla durezza della vita, di fronte al
senso di vuoto e di mancanza ;  la scelta di Lazzaro e? il sepolcro, la tomba, la grotta.  «Se non posso
uscire fuori dal lungo tunnel della mia vita, allora e? meglio se sigillo l'entrata e l'uscita e decido di
vivere per sempre in questa caverna».
 
La scelta di Lazzaro e? provocata da un malattia che sta assumendo oggi sempre piu? il carattere di
una epidemia: l'assuefazione.  «Se non so cambiare la mia vita, vuol dire che accetto di subirla cosi?
com'e?». L'assuefazione e? quello stato di schiavitu?, di impotenza, nei confronti di qualcosa che ha
ormai preso il sopravvento su di me.   E' la sensazione di essere posseduto da un forza demoniaca,
da poteri piu? forti di me che ormai governano la mia vita.  La scelta di Lazzaro e? quella che
l'indemoniato di Gerasa aveva fatto: lasciarsi incatenare ad un sepolcro, abitare li?  per sempre.   Non
volere essere liberato, perche? ormai non si ha piu? la forza di vivere fuori dal sepolcro. Io non ho la
forza di uscire dalla mia grotta, dal mio rifugio, dal mio sepolcro.   Io non ho questa forza.  Non
potrei mai da solo liberarmi delle bende che mi avvolgono, spostare la grande pietra davanti alla
tomba, tollerare la forza perforante della luce.   Io non ho questa forza, ormai sono uomo di caverna.  
No, non io, ma qualcuno ha la forza di liberarmi.  Qualcuno che nel sepolcro c'e? stato e che ha
lasciato le bende e ha spostato la pietra.  C'e? qualcuno che puo? liberarmi, e questo qualcuno e?
Cristo.
 
Gesu? mi chiama, avvolto come sono in tanti bendaggi e che nella grotta mi nascondo a me stesso,
agli altri, a Dio.  Gesu? mi chiama, ed io comincio a sentire la sua voce e dico: «Si?, Signore,
chiamami, fammi uscire!  Tu puoi liberarmi». Dice l'evangelo: «Gesu? grido? ad alta voce: "Lazzaro,
vieni fuori!".  E il morto usci?, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario.  
E Gesu? disse: "Scioglietelo e lasciatelo andare". Marta e Maria erano li?, a guardare.  Queste due
donne rappresentano un altro modo di reagire di fronte al senso di vuoto, di mancanza.
Potremmo definire Marta e Maria le persone del "se".  Entrambi, quando incontrano Gesu?, subito
dopo la morte di Lazzaro, il fratello, dicono: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe
morto». Quanti sono quelli che vivono afflitti dalle recriminazioni?  Afflitti dal "se"?  «Se avessi
dato ascolto a mio padre, non mi sarei mai trovata in questa situazione».    «Se non avessi preso
quella strada, non avrei fatto quell'incidente».   «Se avessi studiato, oggi avrei un lavoromigliore».  
«Se mio figlio m'avesse ascoltato, oggi non avrebbe da lamentarsi.
 
La recriminazione e? una malattia forte quanto l'assuefazione.  Costruire la propria vita sui lamenti,
sulle accuse, sulle ingiustizie subite. Rimproverare e biasimare se stesso o gli altri.  Sentirsi
continuamente vittima, o continuamente assassino. Chi recrimina se stesso o gli altri,   non ha piu? al
forza di credere, di sperare che la vita puo? essere cambiata.  Marta, quando incontra Gesu?, ha solo
una piccola speranza, una piccola fede.  «Gesu? le disse: "Tuo fratello risuscitera?".  Marta rispose:
"Lo so che risuscitera? nell'ultimo giorno"».  Marta crede, ha speranza.  Ma ha una piccola fede e
una piccola speranza.    Una piccola fede e una piccola speranza che non potranno liberarla dal
potere presente e soffocante della recriminazione.  Marta ha qualche fiducia per il futuro, ma non sa
credere e sperare ora, in questo momento.
 
La fede di Marta non puo? riempire il vuoto presente della sua vita, puo? solo darle un'incerta fiducia
per il domani.  La fede di Marta non puo?, la fede che Cristo le da?, puo?.   Cristo da? a Marta la fede di
una vita senza "se", ora;  liberata dal lamento, ora;  una fede che sa sperare, ora; una fede piu? forte
del potere della morte, ora; una fede nella vita eterna, ora.  Una vita ricca, vera, liberata.
Marta e Maria sono davanti al sepolcro vuoto del Cristo risorto.  Noi tutti siamo davanti a questo
sepolcro.   Sappiamo che il  nostro passato e il nostro futuro non possono determinare in modo
immutabile la nostra esistenza.  Il passato della croce, il futuro della resurrezione hanno liberato la
nostra vita attuale, presente.   Siamo liberi da quel senso di vuoto che ci angoscia.
 
Accanto a Marta e Maria, accanto a Lazzaro che esce dalla tomba c'e? unafolla di persone che
l'evangelo chiama Giudei.  Sono spettatori incuriositi; si sentono un po’ coinvolti nel dramma delle
due sorelle, cercano di consolarle.  Ma non vogliono lasciarsi coinvolgere piu? di tanto.  I Giudei, gli
spettatori incuriositi, rappresentano un altro modo di riempire il vuoto e il senso di mancanza della
vita.  E' forse il modo piu? semplice:  di fronte alle tante domande della vita e? meglio fare orecchi da
mercanti.  Mangiamo e beviamo, che poi dobbiamo morire. Meglio chiudere un occhio, fare finta di
niente, tanto alla fine non riusciremo a capire comunque.  All'assuefazione e alla recriminazione,
rispondono con l'indifferenza.   Una buona dose di cinismo e si  possono affrontare molti problemi
nella vita.   Eppure quando sono davanti al sepolcro di Lazzaro, davanti al grido di Gesu?, davanti
alla gloria di Dio, al potere della vita che vince la morte, tutta la loro artificiale indifferenza e? scossa
nella profondita?.   Gli spettatori incuriositi sono trascinati sul palcoscenico.  Davanti al  sepolcro
vuoto sono chiamati a decidere se credere in Cristo oppure no.
 
C'e? un momento nella vita di tutti noi, in cui non possiamo evitare di rispondere a questa domanda:
"Credi tu che io sono la risurrezione e la vita?".  Conosciamo molti svincoli per non affrontare
questa domanda della nostra vita.  Ma prima o poi essa ci confronta con tutta la sua forza: credi tu
che io sono la risurrezione e la vita?, dice Gesu?. Prima o poi dobbiamo dire si? o no.  Prima o poi alla
domanda: cosa mi manca?, ci viene offerta gratuitamente la risposta: ti manca la vita eterna, la vita
ricca, la vita vera che solo Cristo puo? darti. Prima o poi, se siamo tra quelli che si  sono seppelliti
gia? nel sepolcro delle proprie sicurezze e della propria impotenza, o tra quelli che vivono la loro vita
lamentandosi del loro passato e del loro futuro, o tra gli spettatori indifferenti;  prima o poi
dobbiamo anche noi dire si? o no al Signore della vita e della morte.  Amen
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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