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Home Biblicamente L’agire umano e l’agire divino

L’agire umano e l’agire divino

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Giobbe 14,1-6
 
 
"L'uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed e? sazio d'affanni.
Spunta come un fiore, poi e? reciso; fugge come un' ombra, e non dura.
E sopra un essere cosi?, tu tieni gli occhi aperti e mi fai comparir con te in giudizio!
Chi puo? trarre una cosa pura da una impura? Nessuno.
Se i suoi giorni sono fissati, e il numero dei suoi mesi dipende da te,
e tu gli hai posto un termine che egli non puo? varcare, distogli da lui lo sguardo, perche? abbia un po'
di tranquillita?,
e possa godere come un operaio la fine della sua giornata". Giobbe 14,1-6
 
 
Il libro di Giobbe
Il nostro brano fa parte di uno dei discorsi che nel libro di Giobbe vengono messi in bocca al
protagonista. Questo libro presenta un dibattito tra Giobbe e i suoi tre (quattro) amici a proposito
della retribuzione delle opere in questa vita. Per gli amici di Giobbe egli soffre perche? ha peccato.
Basta che si ravveda e tutto andra? a posto, Dio lo premiera?.   
 
Giobbe contesta questa filosofia e nella sua foga, mentre non riconosce una relazione di causa ed
effetto tra la sua sofferenza e un eventuale punizione da parte di Dio, giunge persino a contestare
Dio, cioe? il Dio dei suoi amici.  
 
Quanta gente che soffre oggi vorrebbe avere il coraggio di Giobbe !
 
Il nostro brano
Il nostro brano, che presenta una delle tante sfaccettature dei discorsi di Giobbe, si rivolge a Dio a
partire dalla constatazione della condizione umana.
 
L’uomo non e? che una misera cosa, caratterizzata da fugacita?, dalla consistenza di un’ombra,
dall’apparenza effimera e piena di affanni.
 
Una cosa cosi? – dice Giobbe – non dovrebbe essere presa sul serio; dovrebbe essere lasciata al suo
destino: lavorare, stancarsi e alla fine della giornata godersi il pane guadagnato e il meritato riposo.
Nient’altro. Dio dovrebbe pensare ad altro.
 
Quale Dio
E’ indubbio che Giobbe (o l’autore che lo fa parlare cosi?) non e? un ateo. Nessuno nell’antichita? era
ateo ! Tutti contemplavano un ruolo attivo di Dio nella propria esistenza. Giobbe, pero?, a Dio non
chiede un intervento in positivo. Chiede che Dio se ne stia lontano, che lasci l’uomo nei suoi
affanni, senza aggiungergli altri guai o preoccupazioni, derivanti dal castigo.  
 
Certo, Giobbe rifiuta il Dio della retribuzione, il Dio che premia e castiga. Quale premio potrebbe
Dio elargire all’uomo che non e? che polvere ? Meglio un Dio che non intervenga.
 
Con i suoi discorsi Giobbe appare empio ai suoi interlocutori (si veda anche la reazione di Elihu).
Questi guardano all’agire umano piu? che all’agire di Dio. Deducono l’agire di Dio dalla sofferenza
umana. Non c’e? niente di buono da dedurre da questa osservazione! Il loro Dio e? un Dio che
punisce e castiga.  
 
Giobbe percorre un’altra strada: si allontana dal Dio dei suoi interlocutori, cerca un altro Dio. Egli
vuole un altro Dio che sappia tenere conto delle condizioni in cui l’uomo agisce. Oggi diremmo che
c’e? un contesto da tenere in considerazione, che c’e? un dato strutturale da cui non si puo?
prescindere. Non si puo? chiedere all’uomo quel che l’uomo non puo? dare.  
 
Il Dio di Giobbe e di Cristo
A questa aporia da? risposta il messaggio del NT, il Dio rivelato in Cristo, la salvezza per grazia: e?
Dio che si prende cura della sua creatura e non gli mette addosso alcun peso che questa non possa
sopportare. Nella sua contestazione della dottrina della retribuzione (delle opere) il libro di Giobbe
annuncia (anticipa) l’evangelo della grazia, in cui la potenza di Dio si manifestera? a favore della sua
creatura debole.
 
Nessuna strumentalizzazione
Fin qui il discorso teologico. Ma c’e? ancora un discorso etico che va comunque fatto. I
condizionamenti ambientali non possono valere per giustificare l’ingiustizia, la rapina, la
corruzione, la violenza. Il nostro brano va predicato ai mariuoli di Napoli, ai mercanti di carne
umana, ai colletti bianchi delle speculazioni finanziarie, ai politici che manovrano le industrie delle
armi e il mercato mondiale.  
 
Qui siamo in presenza di un’umanita? debole nella sua lontananza da Dio; essa e? tanto piu? debole
quanto piu? si ostina a stare lontana da Dio. Il discorso di Giobbe si ribalta: questa umanita? debole
perche? forte (debole perche? ricca, armata, violenta) non ha diritto di dire a Dio: impegnati altrove.
Tanto piu? esclude Dio dalla propria vita, tanto piu? e? da condannare. Non vogliamo vestire i panni
degli amici di Giobbe, non condanniamo un’umanita? che soffre, ma una parte di societa? che fa
soffrire gran parte dell’umanita?.
 
Il discorso di Giobbe non puo? essere predicato in modo indiscriminato. Qualcuno potrebbe
approfittarne e strumentalizzarlo a proprio vantaggio ! Noi che predichiamo l’evangelo non
vogliamo farci strumentalizzare da chi nella sua ricchezza economica e culturale vuole tenere Dio
fuori dalla porta.  
 
Il discernimento e? un esercizio a cui siamo chiamati. Con Gesu? possiamo dire guai a voi... e
possiamo anche dire che le prostitute andranno avanti nel regno di Dio. Ma si tratta di una medicina
da maneggiare con cura e competenza. Nessuno che non si fondi sulla spiritualita? profonda
dell’evangelo ha l’autorita? di giustificare con l’evangelo le proprie violenze e ingiustizie.
 
E la sofferenza ?
Col libro di Giobbe si e? aperta la domanda sulla sofferenza e sul suo rapporto con la sovranita? di
Dio. Se Dio non usa la sofferenza come castigo per le colpe (questa e? la posizione di Giobbe),
perche? (chiediamo noi) non interviene per farla cessare ? Le risposte date a questa domanda sono
state molteplici nel corso della storia. Forse nessuna pienamente soddisfacente. La Scrittura conosce
la sofferenza dei figli di Dio e del creato (Rom. .8:18-23). Ha una sola risposta: la speranza che la
redenzione porra? presto fine alla sofferenza.
 
 
Salvatore Rapisarda
 

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