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Il pane della vita

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In verità, in verità vi dico: Chi crede in me ha vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo affinché uno ne mangi e non muoia, Io sono il pane vivente che è disceso dal Cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; or il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo» (Giov. 6:47-51).

Questo brano ci prende per mano e ci conduce lungo un sentiero in cui, come quando si sale per una montagna, il nostro orizzonte si allarga man mano che saliamo.

Il punto di partenza è l’annuncio schematico: Chi crede in me ha vita eterna. E’ un annuncio che può essere inteso come personale o come universale, rivolto alla singola persona o ad ogni persona. Chi crede, chiunque crede, in Gesù ha vita eterna.

L’unicità di Gesù

Si tratta di un annuncio conciso, breve nella sua formulazione, ma di immensa rilevanza nella storia della salvezza. Parla della vita eterna, dell’ottenere la vita eterna, dell’entrare nella vita eterna. La vita eterna non è di chiunque, non è per chiunque, ma per chi crede in Gesù. Questa precisazione, questo ruolo esclusivo di Gesù, nel vangelo di Giovanni è ribadito più volte. Gesù dice di se stesso: Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (14:6) Sempre in Giovanni, Gesù dice: Io sono la porta delle pecore. Tutti quelli che sono venuti prima di me sono stati ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta; se uno entra per mezzo di me sarà salvato; entrerà, uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; ma io sono venuto affinché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. (10:7-10). Altrove leggiamo: Non chiunque mi dice: "Signore, Signore" entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mat 7:21). Il Nuovo Testamento annuncia, in tutte le sue parti, la centralità di Cristo per la salvezza. Non c’è salvezza al di fuori di Cristo, non c’è salvezza nelle religioni, non c’è salvezza nelle opere, non c’è salvezza nel frutto della nostra ragione. La salvezza che annuncia il Nuovo Testamento e che anche noi annunciamo è salvezza in Cristo, nel credere in Cristo, nella fede in Cristo.

In questo brano di Giovanni viene chiarito che la fede o il credere non è una questione meramente intellettuale. Attenzione a questo passaggio: noi comprendiamo il credere come una questione del nostro intelletto o, se si vuole, del nostro cuore, ma in questo brano al credere viene data una connotazione particolare: si tratta di mangiare, mangiare il pane disceso dal cielo, mangiare Gesù stesso.

Credere come mangiare

Tutti possiamo comprendere la centralità del mangiare per la nostra vita, per la nostra sopravvivenza. Forse oggi, in Italia, non si conoscono le morti per fame come le si conoscono in altre parti del mondo. Ma il mangiare è comunque una questione di vita o di morte. Se non mangi muori. Nella storia dei giudei del tempo di Gesù era familiare l’episodio della manna nel deserto. Tutti sapevano che i loro padri sarebbero morti se Dio non avesse mandato la manna per sfamarli e nutrirli. La manna era stata importantissima per i padri e lo era pure per i figli, perché senza manna i padri sarebbero morti e non ci sarebbero stati figli dopo di loro.

Gesù, dunque, si allaccia a un aspetto cruciale della vita del suo popolo. Egli annuncia se stesso come la vera manna, il vero pane disceso dal cielo, il pane che solo sa dare la vera vita, cioè la vita eterna. Mettendo assieme i due aspetti fin qui ricordati( credere e pane) vediamo che credere in Gesù si estrinseca in mangiare, mangiare Gesù stesso come nuova manna, come pane venuto dal cielo, come pane in grado di dare vita e vita eterna.

Se il credere è una questione dell’intelletto o del cuore, è anche vero che facciamo difficoltà a seguire da vicino i processi del credere come azione dell’intelletto; non sappiamo come tutto possa avvenire nel nostro cervello, chiuso com’è in una scatola ossea. Ma noi siamo in grado di seguire passo passo i processi del mangiare: la nostra mano tocca il cibo, ne comincia a conoscere la consistenza, il calore; i nostri occhi ne distinguono il colore; le nostre narici ne apprezzano l’odore. Il cibo entra nella nostra bocca e ne sentiamo il gusto, lo mastichiamo più o meno a lungo, lo ingoiamo. Sentiamo il nostro cibo nello stomaco, ci dà sensazione di pienezza, di soddisfazione. Il cibo diventa parte vitale di noi stessi, entra in circolo, ci da sostanze utili alla vita. Il cibo va preparato con cura. Donne e uomini che si dedicano alla cucina sanno bene quanto cura e attenzione ci vuole per ottenere un buon cibo. Oggi vanno di moda alcuni programmi alla TV in cui ci viene mostrato come vengono preparate alcune ricette. Tutto questo ci deve fare riflettere sul valore della parola di Gesù che ci invita a mangiare lui, a prenderlo come il pane, il cibo venuto dal cielo.

Ecco, il rapporto con Gesù non può essere e non deve essere un rapporto sbrigativo, un pensiero fugace, un bit dei nostri neuroni, una questione virtuale come quelle dei nostri computer. Il rapporto con Gesù è un rapporto che ci deve prendere, coinvolgere, assorbire, come il nostro rapporto col cibo, sempre che non abbiamo distorsioni mentali tipo bulimia o anoressia. Si tratta di gustare Gesù. Il Salmo 34:8, parlando dell’Eterno Dio d’Israele, ci invita dicendo: Gustate e vedete quanto l'Eterno è buono; beato l'uomo che si rifugia in Lui.

C’è ovviamente cibo e cibo; c’è cibo da fast food, da panineria, da pizzeria, da ristorante o da casa propria, preparato nella propria cucina. Non ogni cibo è buono, non tutti i cibi fanno bene. Solo il pane che viene dal cielo è il pane che ci dà la vita eterna. Perciò riflettiamo sul cibo che mangiamo, chiediamoci se mangiamo una cosa qualsiasi o mangiamo il pane disceso dal cielo; riflettiamo se a Gesù, al nostro rapporto con Gesù, dedichiamo la stessa attenzione che dedichiamo al cibo, al mangiare. Ricordiamo che così come non possiamo sopravvivere senza mangiare, allo stesso modo non possiamo vivere, avere la vita eterna senza Gesù. A tavola, davanti al cibo che stiamo per prendere, ringraziamo Dio per Gesù che ci è stato dato. Dopo, in un secondo momento, ringraziamo Dio anche per il cibo per il nostro corpo, per la nostra vita qui ed ora.

La carne di Gesù e il mondo

Dopo aver parlato del credere in Gesù come di un mangiare il pane disceso dal cielo, cioè come di un mangiare Gesù stesso, il nostro brano si spinge ad una considerazione nuova e fa un salto rispetto a quanto detto fin qui.

In primo luogo introduce la parola carne e in secondo luogo la parola mondo. Queste due parole dovevano apparire scandalose e appaiono scandalo ancora oggi, se non vogliamo attenuarne la portata con discorsi inconcludenti.

Gesù dà la sua carne per il mondo. Ora il discorso non si muove più nell’ambito personale, della singola persona che deve credere, ora il discorso assume la drammaticità della morte sulla croce. Il dono che fa di sé Gesù non è una questione a poco prezzo, ma la sua vita, la sua carne sacrificata per il mondo. Egli è l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Egli ha un progetto di salvezza per tutto il mondo, non soltanto per i giudei discendenti da coloro che uscirono dall’Egitto. Il mondo è il suo orizzonte, il dare la propria vita per la salvezza del mondo è il suo grande progetto.

Questa non è una contraddizione con quanto dicevamo sulla centralità di Gesù per la salvezza. Egli rimane centrale per la salvezza di Israele, della chiesa e del mondo. La salvezza che opera Gesù è una salvezza al prezzo del dono della sua carne, finanche per il mondo.

Comprendere il suo sacrificio per il mondo vuol dire per noi passare dalla concezione di mangiare del pane, anche se quello venuto dal cielo, a un livello più radicale che è quello di mangiare la sua carne data per la salvezza del mondo. Ora il nostro orizzonte si allarga. Si passa dalla salvezza soltanto per me alla salvezza per il mondo, dal credere al mangiare e al mangiare la carne di Gesù. Questo passaggio non può essere ridotto a semplice routine, ma va colto in tutta la sua crudezza e radicalità, in tutta la sua forza dirompente. Nessuno, in ultima analisi, ha vita eterna se non mangia persino la carne di Gesù data per la salvezza mondo.

Ecco in sintesi: i credenti, i discepoli di Gesù, non sono né una setta di intellettuali che coltivano discorsi religiosi, spesso oziosi e cavillosi; non sono delle persone che dedicano a Gesù soltanto pensieri fugaci; si tratta invece di persone che sanno gustare quotidianamente il cibo che è Gesù stesso e lo fanno per il mondo, per la salvezza del mondo.

Amen

Salvatore Rapisarda


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