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Sermone di venerdì santo

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Or presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena. Gesù allora, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quel momento il discepolo l'accolse in casa sua. (GIOVANNI 19:25)
Violenze senza basta
Foto di Carlo Zibecchi

Foto di Carlo Zibecchi

Il brano che abbiamo selezionato è parte di un quadro molto articolato (Giov. Capp 18-19), carico di drammaticità e di dolore. Siamo nel quadro della passione e crocifissione di Gesù. Non c'è bisogno di aver visto il film The Passion per realizzare che l'evento è di una crudezza straziante. Un innocente arrestato, deriso, processato e un corpo umano, inchiodato su di una croce, grondante sangue, con davanti a se la morte come unica speranza per la fine del proprio dolore è quanto di più orribile la mente umana abbia potuto inventare per negare, con la scusa dell'ideale di giustizia o di religione, l'immagine di Dio iscritta nell'umanità. Purtroppo quel tipo di strazio, con le motivazioni più insostenibili, è continuato nella storia con le torture, i roghi e i forni crematoi, con le guerre e le armi sempre più sofisticate, capaci di uccidere migliaia di persone e di causare orribili ustioni tipo quelle provocate dalla bomba H, dal napalm, dal fosforo liquido e dai gas letali usati in diversi teatri di guerra.

Di fronte al Cristo crocifisso avremmo voluto che quella fosse stata l'ultima condanna a morte, l'ultimo frutto avvelenato del peccato che invade la mente umana. Invece gli strumenti di morte, più o meno sofisticati, più o meno giustificati da chi li impiega, continuano a scorrazzare sulla scena della storia. Di fronte a Gesù crocifisso tutti dovrebbero dire basta alle uccisioni. Ben presto, però, quel basta è rimandato al prossimo colpo, alla fine della prossima guerra, a dopo aver annientato il proprio nemico. Quante volte è stato detto basta in Africa, in Medio Oriente, nelle guerre di mafia o di camorra ! Basta, sì, ma dopo l'annientamento dell'avversario.

La croce smaschera le violenze

Gesù che muore in croce smaschera la brutalità delle menti che macchinano violenza, divisione e guerra; smaschera i sistemi di governo del mondo, siano essi politici, militari o semplicemente culturali e religiosi che elaborano sempre nuove divisioni e nuove guerre. La croce di Gesù smaschera la violenza insita persino nella religione, sia essa ebraica, greca o romana. La religione col suo rituale sacrificale vuole vittime: tori, agnelli, colombi, passeri. Là dove gli animali sembrano non bastare, si passa presto al sacrificio degli infanti sacrificati a Moloc, al sacrificio dei propri figli e delle proprie figlie (Efigenia, la figlia di Jefte) offerte in un quadro di guerra. Tutto questo per alzare il valore del sacrificio, affinché esso sia sempre più costoso e appaia sempre più meritorio (che aberrazione !).

Di fronte alla croce di Gesù ogni religione che non depone la propria violenza è una religione che continua a crocifiggere quel Gesù che dice di onorare e adorare. Gesù che muore in croce non può andare di pari passo con la benedizione delle armi o degli eserciti. L'unica parola che, ove ci fosse chiesta, potremmo pronunciare è: deponi le armi e fa presto amicizia col tuo nemico. Potremmo aggiungere che la non violenza è uno strumento ben più efficace delle armi (M.L.King) e che siamo impegnati a rifiutare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti (Costituzione della Repubblica Italiana). Il Cristo che muore in croce, con tutta la sua carica di denuncia della violenza, ha certamente suggerito pensieri e parole alte. Adesso attendiamo le azioni conseguenti.

Non scontro di civiltà ma incontro di amore

Porsi di fronte al Cristo crocifisso ci riporta immancabilmente nel quadro della religione cristiana e ciò fa risuonare in molti il campanello dello scontro con la religione percepita come antagonista della religione cristiana: l'Islam. In altri termini viene alla mente il termine "scontro di civiltà". Che orrore parlare di "scontro di civiltà" di fronte a Gesù che muore in croce. E' come quando gli eredi litigano per l'eredità mentre l'interessato è ancora sul suo letto di morte. Nessuno scontro di civiltà si giustifica di fronte alla croce. L'unica via percorribile, per onorare Cristo che dà la sua vita per noi e per il mondo, è la corsa alla riconciliazione, al superamento degli steccati, al gesto di chi mostra le mani nude per stringere altre mani nude. Il mondo non ha bisogno di ulteriori scontri di barbarie; ha bisogno di gesti di civiltà, meglio dire di amore. Non ha senso fingere di esportare la civiltà mentre si esporta la barbarie con gli eserciti e la diplomazia corrotta dagli interessi economici (armi e petrolio). Mentre alcuni si adoperano per la riconciliazione, altri fomentano incidenti. Molti remano contro e lo scontro continua, e la barbarie avanza.

La croce: una parola che non si lascia confondere

Questa denuncia va fatta ad alta voce, fuori dal chiuso, se necessario fuori dal coro. Anche il luogo sul quale Gesù dà la sua vita ha un suo messaggio simbolico. Gesù muore in alto, sul colle Golgota, perché possa essere visto dalle strade e dai palazzi; muore fuori dal tempio, perché la sua morte non possa essere strumentalizzata a fini religiosi; muore per mano di soldati, perché il potere militare possa constatare i propri orrori; muore crocifisso fra due ladroni, perché soltanto i peccatori possano dire "io c'ero"; muore sotto gli occhi di sua madre, di alcune poche donne e di un discepolo, perché la chiesa confessi la sua infedeltà.

Nessuna strumentalizzazione dottrinale

Il brano da cui è partita la nostra riflessione ci ha aperto un orizzonte molto vasto, a cui non potevamo non guardare, proprio perché Gesù non muore nel chiuso di quattro mura ma muore per il mondo intero, sulla scena del mondo. Dopo aver fatto spaziare lo sguardo in una o in più direzioni, adesso vogliamo tornare a una dimensione del brano che può apparire come un microcosmo. Con questo non intendiamo che sia meno rilevante. Sappiamo che anche nel microcosmo si può trovare un intero cosmo di vita e di relazioni. Quel che nel nostro brano può apparirci come un microcosmo sono le parole di Gesù a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Siamo qui in presenza di un quadro familiare limitato, in cui il figlio morente si lascia sostituire da un discepolo, "il discepolo che amava" ? In cui il figlio morente prova pena per la madre rimasta sola e vuole consolarla con un compito nuovo ? O c'è di più in queste parole ? C'è qui un microcosmo che si allarga a macrocosmo in cui la donna a cui è dato un figlio in realtà è la Chiesa, la madre della chiesa, a cui vengono affidati tutti i figli che la chiesa rappresenta ? Maria non sarebbe più la madre di Gesù che muore in croce, ma la madre della Chiesa, la chiesa stessa a cui il Signore morente affida i suoi amati, amici e discepoli ? Che cosa si deve leggere in quel "Donna, ecco tuo figlio!" ? La chiesa cattolica ha sviluppato un macrocosmo a partire da una parola. Questo macrocosmo fatto di dottrine, di dogmi, di pietà popolari, di santuari e di culti, di editoria e di investimenti immobiliari ed economici ha realmente una sua giustificazione nel brano che abbiamo letto ? Per rispondere a questa domanda dobbiamo chiederci se la chiesa cattolica ha letto il brano in questione o ne ha letto soltanto una metà ? Infatti, il brano continua con un secondo detto di Gesù, rivolto al suo discepolo: "Ecco tua madre!". Questo secondo detto è speculare rispetto al primo: ecco tuo figlio…ecco tua madre. Che cosa ci autorizzerebbe a dare maggior valore alla prima parte del detto ? Che cosa autorizza il castello costruito sulla prima parte e a non comprendere che si potrebbe costruire un castello altrettanto grande sul secondo detto ? La lettura del brano, nella sua concisione, non potrebbe essere ultimata senza giungere a: "E da quel momento il discepolo l'accolse in casa sua". Se i due detti sono speculari e non ci sentiamo di privilegiarne uno a scapito dell'altro, mentre non condividiamo l'enorme impalcatura costruita dalla dottrina cattolica, la conclusione del brano ci dice che non è Maria ad accogliere Giovanni, bensì è Giovanni ad accogliere Maria in casa sua. Ecco, così come non ci sentiamo autorizzati a imbastire una dottrina sul ruolo di Giovanni (e forse avremmo qualche base scritturale), tanto più non ci sentiamo autorizzati a imbastire una dottrina sul ruolo di Maria.

L'attenzione di Gesù alle persone

Al di là delle dottrine che si sono volute costruire sulle ultime parole di Gesù, una cosa, comunque, è rilevante: Gesù muore in croce, ma non trascura le piccole attenzioni, i piccoli gesti. La sua morte è per la salvezza del mondo, ma i suoi occhi sono per la madre addolorata e per il discepolo affranto che, a differenza degli altri, ha resistito con Gesù durante lo strazio degli ultimi istanti. Vorremmo che nel tentativo di perseguire grandi voli dottrinali non trascurassimo i gesti rilevanti che cambiano la vita delle persone, delle singole persone. Vogliamo deporre ai piedi della croce ogni tentativo di menzogna, di strumentalizzazione della croce stessa, di sopraffazione dell'altro, di utilizzo improprio della religione, della fede, delle parole e del nome stesso di Gesù. Quello è il nome che sta al di sopra di ogni altro nome. Nel suo nome abbiamo salvezza e la sperimentiamo nella comunione col Cristo vivente e nel discepolato ubbidiente e perseverante.

Salvatore Rapisarda


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