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La vita con uno scopo - III

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Foto di Carlo Zibecchi

Foto di Carlo Zibecchi

La prima chiesa in cui ho predicato, finiti gli studi, è stata quella di Reggio Calabria. Dopo cinque anni in Svizzera, tra i libri, mi trovavo finalmente tra la gente, nella realtà. Non si diventa pastore studiando teologia. E’ un po’ come una persona che ha studiato tanti anni per diventare medico, ma medico ci diventa soltanto toccando i corpi malati e ascoltando le storie dei pazienti nelle corsie degli ospedali. Reggio è una città che nasce intorno ad una lunga via centrale, sulle sponde del mare. Ma non vi preoccupate, non voglio fare una romantica lezione di geografia. Voglio, invece, raccontarvi quel che mi è successo il primo giorno, visitando la città. Sono entrato nel Duomo di Reggio, imponente come tutti i Duomi, segno tangibile di una concezione della Chiesa intesa come visibilità, come potere, come occupazione del territorio.

All’interno del Duomo ho cominciato a contare le candele accese. Il Crocifisso nel aveva 36, il Risorto 18, la madonna 8 e i santi 7. Beh, c’era anche qualche santo che ne aveva 6 di candele, deve essere stato un santo scarso nell’operare miracoli. Diciotto candele il Risorto e trentasei il Crocifisso. Precisamente il doppio. Fu questo il dato che mi colpì su tutti. Che cosa voleva dire? Perché chi entrava per pregare in quel Duomo si sentiva più rappresentato dal Crocifisso che dal Risorto? E noi cosa faremmo? Se dovessimo accendere anche noi delle candele, a chi li accenderemmo, al Crocifisso o al Risorto? E’ tutto cominciato un po’ scherzosamente, ma in realtà ci troviamo di fronte ad una grande questione: il Risorto o il Crocifisso?

Ho sentito molto spesso dire da parte evangelica che la nostra croce è senza il Crocifisso perché Cristo è risorto. Quindi non è rimasto inchiodato sulla croce. Inchiodato dalla malvagità umana e dal potere della morte, Gesù è stato schiodato da suo Padre e da nostro Padre. Il Crocifisso è risorto, non è più sulla croce, non è più nella tomba, non è più sulla terra, ma è alla destra del Padre, e nei cieli. Che poi non significa altro che Cristo ha vinto la morte. Tutto questo è vero! Possiamo dire: abbiamo ragione noi evangelici a lasciare la croce, ma senza il Crocifisso. Vuol dire forse che noi accenderemmo più candele al Risorto che al Crocifisso? Beh, siccome non dobbiamo rispondere subito, possiamo provare a continuare il nostro ragionamento. Se è vero che Cristo è risorto, è anche vero che il Risorto aveva con sé gelosamente i segni evidenti della crocifissione: i buchi nelle mani e nei piedi, la ferita nel costato. Il Risorto porta con sé le tracce evidenti della sua crocifissione. Il suo corpo torturato, la sua morte atroce, sono visibile memoria della morte del Cristo. La purezza, l’integrità dell’al di là, dell’eterno, di ciò che non è terreno, sono macchiate indelebilmente dai segni della croce. Non può esserci Risorto senza Crocifisso!

Quindi noi cristiani non possiamo disfarci del Crocifisso. Lo hanno fatto alcuni, che raccontarono come al posto del Cristo fu crocifisso un altro uomo, perché il Cristo non poteva morire sulla croce. E’ quel che credono i mussulmani di Cristo. Bisogna rimuovere l’imbarazzo della croce, il suo scandalo, la sua pazzia, e la via più breve fu la fantasiosa invenzione di un uomo che muore sulla croce al posto di Gesù Cristo. Strano, ma mentre noi diciamo che Cristo muore sulla croce al posto dell’uomo, questi dicono che un uomo muore sulla croce al posto di Cristo. Questo è solo un modo radicale di bonificare la croce, di addolcirla, di eliminare l’imbarazzo che essa crea, ma ci sono tanti altri modi più subdoli e a volte anche più efficaci. Quando la chiesa usò la croce come una spada, ad esempio. Ma anche ogni volta che noi dimentichiamo i due significati fondamentali della croce: il primo, che noi non possiamo in alcun modo giungere a Dio, è Dio che giunge a noi e lo fa degradandosi, umiliandosi, svuotandosi sulla croce. In questo primo aspetto Dio ci offre un modello che non è quello di salire, di accumulare, di vincere, ma di abbassarsi, di svuotarsi, di perdere.

Il secondo aspetto della croce svela la nostra cattiveria, siamo noi gli assassini di Dio. Avevano tutti una buona ragione per crocifiggerlo: per i romani era un sobillatore, per i sacerdoti e i religiosi un provocatore, per gli zeloti non valeva più di Barabba, per i cittadini di Gerusalemme un fastidioso contadino della Galilea. C’è sempre una buona ragione per crocifiggerlo, e ne avremmo anche noi tante, se ci fosse offerta l’occasione. Questo discorso ha spostato un po’ di candele verso il Crocifisso? O accendere candele al Crocifisso non è altro che un ulteriore espediente per addomesticare la croce? Chi vince, quindi, il Risorto o il Crocifisso? Beh, è chiaro che un cristianesimo che non faccia della croce il centro della sua fede, non è un vero cristianesimo. E siamo grati ad un nostro genitore di nome Lutero che ha posto al centro della Riforma Protestante non una nuova chiesa, una nuova morale, una nuova religione, ma la croce. Lutero è stato definito il teologo della croce. “Non è degno di essere chiamato teologo colui che.. (non) comprende… Dio nella prospettiva della…croce”. E noi possiamo aggiungere: non è degno di essere chiamato cristiano colui che non comprende Dio nella prospettiva della croce. Il credente di fronte alla croce sa che non ha di fronte un dio idolo, disponibile ad essere addomesticato.

Di fronte alla croce non c’è niente di evidente, di clamoroso, di spettacolare. E nel contempo di fronte alla croce c’è olo un’alternativa: inginocchiarsi e dire: “Questo è veramente il Figlio di Dio”, oppure girare le spalle e cercare altrove. La croce deve essere al centro della nostra fede, anche nel giorno di Pasqua. Meglio non festeggiare il Venerdì Santo per non incorrere nel rischio di acquisire una fede cronologica, che prima crede nella croce e poi nella risurrezione. E’ nel momento in cui crediamo nella risurrezione che dobbiamo credere nella croce, ed è nel momento in cui crediamo nella croce che dobbiamo credere nella risurrezione. Contemporaneamente! A che punto siamo con le candele? Forse è il caso di dire qualcosa della risurrezione? Non dobbiamo forse ringraziare la Pasqua se oggi siamo qui? Niente di quel che c’è, sarebbe esistito senza la Pasqua. E’ veramente la nuova creazione. La grande ricreazione di Dio. Ci sono due storie della creazione nella Bibbia: la prima è al primo capitolo di Genesi, la seconda è la tomba vuota. Dalla risurrezione in poi il mondo appare sotto una nuova luce, una luce che sopravviene, come l’alba, che giungendo dilegua le ombre.

Il mondo è ancora popolato di ombre. Ma la risurrezione è un grido che dice: “L’alba sta arrivando”. Il mondo è ancora afflitto dalla morte. Ma la risurrezione è una voce che dice: “La morte è stata sconfitta”. Il mondo è ancora segnato dal male. Ma la risurrezione è simile al gemito di una partoriente, fra un po’ il dolore del parto arrecherà la gioia della nuova nascita. Sono bastate poche parole e le candele al Risorto sono aumentate. Ma forse è il momento di smettere di giocare. Lasciamo stare le candele. Proviamo, invece, a raccogliere questa grande occasione che la Pasqua ci rivolge: di mettere al centro della nostra fede il Risorto Crocifisso. Proviamo ad affidare la nostra vita ad un Dio che si è abbassato e facciamoci profeti dell’alba che sopraggiunge.

Amen

Raffaele Volpe


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