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La vita con uno scopo - IV

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Foto di Carlo Zibecchi

Foto di Carlo Zibecchi

Beh!, ormai lo dicono proprio tutti! Noi abbiamo bisogno di relazioni. Di legami. Abbiamo bisogno di spazi, di luoghi dove incontrare altre persone. Abbiamo bisogno di sentirci accolti, sostenuti, ma anche incoraggiati e perché no: criticati. Non sono le critiche che feriscono. Feriscono i pettegolezzi, il parlare alle spalle, l’essere sgarbati. Abbiamo bisogno degli altri come dell’aria. Ed ora più di prima sentiamo questo bisogno, dopo che per decenni ci hanno spinti verso l’isolamento, ci hanno detto di chiuderci in casa, di curare soltanto i nostri privati interessi. Ma questa lunga deportazione ci è pesata. Mai come ora sentiamo il bisogno degli altri, di stare insieme agli altri.

E cosa c’è di più bello che la chiesa? Questo spazio fatto di diverse generazioni, diverse lingue, diverse culture, diverse idee che si ritrovano unite insieme da un vincolo fortissimo: la propria fede in Gesù Cristo. Questo corpo che, come si legge nella lettera agli Efesini (4:16), è tenuto insieme dalle giunture che collegano ogni parte tenendola bene unita al resto del corpo. Questo corpo che riceve da Cristo la forza che lo fa crescere nell’amore. Noi abbiamo bisogno di relazioni e Dio ci dona la chiesa, spazio gratuito, perché fondato sulla grazia di Dio. Spazio del dono. E’ questa la prima dimensione essenziale della chiesa: il dono. Nata dal dono di Cristo, fondata sul dono, la chiesa è lo spazio in cui impariamo a donare ed impariamo a ricevere. Non ci sono relazioni, se non c’è capacità di donarsi. Non c’è dono se non c’è capacità di amare. E non c’è amore se non c’è il tempo.

Sì, questo benedetto tempo. Senza il tempo non c’è chiesa, non ci sono relazioni, non ci sono doni e non c’è amore. Se vuoi sapere quanto ami una persona, calcola il tempo che trascorri con lei. Si può dire senza dubbio: dimmi come usi il tuo tempo e ti dirò chi sei. La chiesa è quindi lo spazio del dono in cui bisogna esercitare la capacità di amare. Ma per fare tutto questo c’è bisogno di tempo. Tempo da togliere ad altre cose: al guadagnare soldi, al farsi una carriera, al pensare a se stessi. Perché il dono più grande che puoi fare a qualcuno non sono i tuoi soldi, ma il tuo tempo. La tua attenzione. Non puoi amare senza donare il tuo tempo e senza dare la tua attenzione.

La chiesa è lo spazio del dono. Ma è anche lo spazio della reciprocità. A volte in una chiesa si crea il gruppo di quelli che donano, e il gruppo di quello che ricevono. Il gruppo di quelli che danno e il gruppo di quelli che usano la chiesa. Ma questa non è la chiesa, è una società di mutuo soccorso. Reciprocità significa che tutti hanno qualcosa da donare e tutti hanno qualcosa da ricevere. Ogni parte del corpo è un organo vitale, che pulsando energia la trasmette all’altro.

In questo spazio della reciprocità si acquisisce il gusto di appartenere. Il piacere di appartenere, di far parte. Molti pensano di potere credere senza appartenere. E’ come pensare di amare senza l’amato. Di respirare senza aria. Solo appartenendo si supera la solitudine, si comprende il bisogno l’uno dell’altro. Solo appartenendo si fa i conti con i propri limiti e le proprie debolezze. Solo appartenendo conosciamo veramente noi stessi. La chiesa è lo spazio del dono e lo spazio della reciprocità. Ma è anche lo spazio della sperimentazione. Ho spesso usato la parola laboratorio per indicare la chiesa. Mi piace questo termine perché indica proprio uno spazio in cui si fanno degli esperimenti. Dove si sperimenta la cosa più difficile, ma anche più bella. Più pericolosa, ma anche più sacra. La chiesa è lo spazio dove si sperimenta la comunione.

Comunione viene dalla parola latina che indica il mettere in comune. Si mettono in comune i beni, nella chiesa primitiva. Ma non dobbiamo pensare ai beni come qualcosa di puramente materiale. Ci sono beni immateriale altrettanto preziosi, come l’autenticità. Come si può essere comunità se ognuno non è onesto verso gli altri e se stesso? Ci sono beni come la mutualità, il sentire profondo, nell’anima, di dipendere dagli altri. Ci sono beni come la simpatia: piangere con chi piange e ridere con chi ride. Ci sono beni come la misericordia.

E’ importante questa parola, ci ricorda che la chiesa è soprattutto lo spazio della misericordia, il luogo della grazia, del perdono. La chiesa è spazio del dono, della reciprocità, della sperimentazione, ma anche della dedizione. Molti che cominciano a frequentare una chiesa si stupiscono che una comunità richieda tanto impegno. “Per fortuna, dicono questi, che possiamo prendere esempio dai più vecchi membri di chiesa, che predicano bene e razzolano male”. Impegno, così traduceva un teologo della liberazione, la parola ebraico per patto. Impegno. Impegno soprattutto inteso come promessa. Una promessa a non fare giochi di potere in chiesa. Ad essere franchi senza essere sgarbati. A pensare meno a se stessi. A rispettare le differenze di cui ognuno è portatore (è la diversità della membra che formano il corpo). A rispettare la dignitosa riservatezza che merita ogni ferita, ogni dolore, ogni errore di cui un fratello o una sorella ci confidano.

La chiesa è lo spazio della riconciliazione. Noi che siamo stati riconciliati in Cristo, per mezzo della croce, siamo diventati, tutti, ministri della riconciliazione. Riconciliare vuol dire guarire, curare. Sappiamo tutti che non possiamo evitare che i conflitti avvengano in chiesa. Qualcuno sosteneva che i conflitti sono il segno che la chiesa è viva. Il problema non sono i conflitti, ma il modo in cui noi proviamo a risolverli. Più che un conflitto è spesso una risoluzione che lascia ferite indelebili. Per guarire da una relazione che si è strappata, non bisogna trovare chissà quale magica soluzione. Si deve lavorare sulla relazione, anche se non si è in grado di risolvere il problema. Ritorna una parola che abbiamo già incontrato: arrendersi. Per ricucire una relazione bisogna osare una reciproca resa, una reciproca tolleranza delle proprie differenze. La chiesa ha prodotto il male peggiore quando non ha tollerato la differenza, la diversità, qualunque essa sia.

La chiesa quindi spazio del dono, della reciprocità, della sperimentazione, della dedizione, della riconciliazione. Ed infine, anche spazio dell’unità. Senza l’unità la chiesa sperpera il suo patrimonio e si impoverisce. Ancora una volta l’unità non si fonda sulla uniformità, sulla compatibilità, sulle dottrine o chissà su quale altra cosa. E’ un’unità fondata su Cristo. Un’unità che non è il frutto delle sue proprie conquiste. Un’unità data, donata. Ma è un dono che va protetto, difeso, custodito. Quanto facilmente una chiesa si divide. Spesso di divide perché qualcuno pretende di costruire una chiesa più pura. Ho pensato di mettere scritto fuori al nostro portone un cartello che dice: In questo luogo non si accettano persone perfette.

Diceva Dietrich Bonhoeffer: “Chi ama il suo sogno di comunità più della stessa comunità cristiana, diviene un distruttore di quest’ultima”. Bisogna difendere l’unità della chiesa, e questo lo si fa anche accogliendo la fragilità, la debolezza, il peccato, l’errore della propria chiesa, senza giudicare, senza condannare, senza sentirsi superiore, anche perché noi non siamo superiori alla nostra chiesa. Abbiamo cominciato dicendo che viviamo in un tempo in cui c’è bisogno di relazioni. Le persone non vogliono più star da sole. Proviamo ad offrire la chiesa a chi cerca spazi. Offriamo la chiesa, il corpo di Cristo. Offriamo la chiesa, come spazio del dono, della reciprocità, della sperimentazione, dell’impegno, della riconciliazione e dell’unità. Proviamo ad offrire la chiesa con la nostra testimonianza, mostrando agli altri la capacità di amare, di appartenere, di comunione, di dedizione, di guarigione e di protezione.

Amen

Raffaele Volpe


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