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La vita con uno scopo - VII

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Marco 1:29-31


Se dobbiamo scegliere tra la parola libertà e la parola servitù sono sicuro che preferiamo la parola libertà. Eppure noi siamo stati liberati da Dio per servire. Non potrò mai dimenticare il modo maestoso con cui Lutero apre il suo libbricino in tedesco: La libertà del cristiano. Sì, lo avrò citato già innumerevoli volte, ma lo farò ancora innumerevoli volte!

Affinché possiamo comprendere a fondo, dice Lutero, che cosa sia un uomo cristiano, e la libertà che Cristo gli ha acquistata e donata stabilirò le due proposizioni seguenti:

  1. Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno.
  2. Un cristiano è un servo zelante in ogni cosa, e sottoposto a ognuno.

La libertà che non si manifesta nel servizio è la cura egoistica dei propri interessi. Il servizio che non si fonda sulla libertà è schiavitù. Ognuno di noi. Nessuno escluso. Siamo tutti chiamati a diventare servitori e servitrici di Dio. A creare e praticare una cultura del servizio come fondamento delle nostre relazioni e come attitudine verso il mondo. Siamo chiamati ad essere servi da un Dio che in Cristo si è fatto servo di ognuno di noi. Non possiamo dimenticare che la nostra libertà è il dono di Dio. Che la libertà della suocera di Pietro di alzarsi dal letto, nel pieno delle sue forze, è il dono di Dio. Se possiamo dire alla morte: “O morte dov’è la tua vittoria?” (Paolo), è il dono di Dio. Se possiamo vivere la nostra vita sentendo attorno a noi l’abbraccio benedicente di Dio, è il dono di Dio. Se possiamo affrontare le malattie e i problemi della vita senza smarrire noi stessi, è il dono di Dio.

“Poiché il Figlio di Dio non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per tutti” (Marco 10:45), così dice Gesù, stravolgendo ogni logica umana, ogni pretesa religiosa, secondo le quali chi ha il potere lo usa per essere servito. Il Figlio di Dio usa il suo potere per servire. Per dare la sua vita. Noi siamo serviti da Dio! Dio si è messo al nostro servizio. A nostra disposizione. Fino all’estremo sacrificio. Come una madre che per il benessere di suo figlio, per la sua libertà, è pronta a rinunciare alla sua vita. E’ questo amore materno di Dio. L’amore di Gesù che si fa amico fino al dono della vita. L’amore per la nostra libertà, che fa nascere in noi il desiderio di diventare servitori e servitrici di Dio. E’ dalla gratitudine che nasce l’azione. Noi non serviamo per essere salvati, ma serviamo perché siamo stati salvati. Io non servo Dio per un senso di colpa, per paura o per dovere, ma per gioia e profonda gratitudine per ciò che Egli ha fatto per me. Poiché sono salvato io desidero servire.

E’ un servizio olistico (se mi permettete questa strana parola). Un servizio, cioè, che riguarda tutto me stesso, tutto il mio essere. Il mio corpo, la mia mente, il mio cuore, le mie ricchezze, il mio tempo, le mie energie, i miei sogni, le mie debolezze. Catturato dalla grande gioia dell’amore di Dio, io voglio servire Dio con tutto me stesso. Voglio lasciare che Dio si serva di me. E non voglio riservargli soltanto una piccola e insignificante parte di me stesso. In alcune chiese della Cina, i nuovi credenti sono accolti con queste parole: “GESU’ ORA HA UN NUOVO PAIO DI OCCHI PER VEDERE, NUOVE ORECCHIE PER SENTIRE, NUOVE MANI PER AIUTARE E UN NUOVO CUORE PER AMARE GLI ALTRI”. Mi ha colpito la bellezza e la semplicità di questa frase. Siamo pronti a sottoscriverla tutti? Siamo pronti a diventare gli occhi di Dio, le sue orecchie, le sue mani, il suo cuore? Siamo pronti a lasciare che Dio si serva di noi per servire il mondo, per amarlo?

In attesa di un vostro sì, provo ad essere più concreto. Ad immaginare una cultura del servizio come fondamento delle nostre relazioni. Una cultura del servizio non può che fondarsi su tre pilastri: un cuore di servo, un mettere a disposizione le proprie capacità, un accogliere le proprie debolezze. Se dopo un’agape ti tiri su le maniche e ti metti a lavare i piatti, hai un cuore di servo. Se vai alla casa di riposo del Gignoro per salutare i nostri anziani, hai un cuore di servo. Ogni volta che fai qualcosa che non rientra nei tuoi compiti. Ogni volta che fai qualcosa e nessuno se ne accorge, o fai qualcosa e gli altro lo considerano scontato, hai un cuore di servo. Ogni volta che non prendi un applauso. Ogni volta che fai qualcosa e qualcuno ha persino da ridire, hai un cuore di servo. Un cuore di servo fa le cose non per essere ammirato e acclamato dagli altri, ma per riconoscenza verso Dio e per amore verso il mondo.

Una cultura del servizio ha bisogno di formare dei caratteri umili, che sanno sporcarsi le mani, che sanno fare lo straordinario. Che sanno fare quel che non sono chiamati a fare. Ma una cultura del servizio si fonda anche sull’uso delle proprie capacità. Non voglio parlare dei doni, cioè di quel che Dio ci ha donato. E non ne parlo, non perché non siano importanti, al contrario. Ma non posso parlare di tutto e allora preferisco parlare delle nostre capacità, cioè di tutte quelle abilità che abbiamo grazie a madre natura e grazie anche ai nostri percorsi di formazione. Sappiamo cucinare, sappiamo riparare un tubo, sappiamo battere a macchina, sappiamo pulire, sappiamo amministrare, sappiamo suonare il pianoforte, sappiamo fare tante cose. Un enorme patrimonio di abilità, che spesso la chiesa non ci chiede di mettere a disposizione. E spesso noi stessi non offriamo in dono alla chiesa. Talenti sotterrati, nascosti sotto terra per difenderli dai ladri. Capacità che non siamo in grado di far fruttare per tante ragioni, spesso semplicemente per invidia l’uno dell’altro. Per mancanza di umiltà. Per l’inutile competizione.

Non si può costruire una cultura del servizio se non si mettono a disposizione spazi, occasioni, momenti in cui le nostra abilità possono essere messe a disposizione di tutti, in un atteggiamento di servizio e non di potere. Una cultura del servizio deve fare anche i conti con la debolezza dei suoi servitori. Non riconoscere le proprie debolezze è il maggior difetto di ogni servitore. Quando sono consapevole dei miei limiti, comprenderò quanto ho bisogno dell’altro. Comprenderò l’infinito valore della grazia. Invece di far finta di essere sicuro di me stesso e invincibile, mi considererò un trofeo della grazia, con il mio desiderio di servire, ma anche con le mie enormi debolezze. Una cultura del servizio si regge sull’unico fondamento: la grazia di Dio. L’amore di Dio che sa perdonarmi. Una cultura del servizio sa sempre ricominciare da dove era partita: da Dio, colui che mi chiede di servirlo, colui che è stato il primo a servirmi.

Una cultura del servizio educa ad un servizio fatto col cuore, un servire spesso un po’ meno gratificante delle nostre aspettative, ma che dimostra che abbiamo un cuore di servo. Un cultura di servizio sa valorizzare le nostre capacità e non ci chiederà di cominciare da quel che non abbiamo e non sappiamo fare, ma dalle nostre effettive capacità. Ho letto questo piccolo miracolo di Gesù della suocera di Pietro. La risanata si mette al servizio, ma non si rivolge soltanto a chi l’ha guarita, bensì a tutti i presenti. Un servizio che nel vangelo di Luca diventa capacità di vegliare. Vorrei concludere, allora, proprio con un passo dal Vangelo di Luca:

Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà vigilanti, in verità vi dico che egli si rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli (Luca 12:37)

Amen

Raffaele Volpe


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