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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Dire grazie: I dieci lebbrosi.

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Luca 17,11-19
11 Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. 12 Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, 13 e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» 14 Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. 15 Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo. Or questo era un Samaritano. 17 Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? 18 Non si è trovato nessuno che sia tornato per dare gloria a Dio tranne questo straniero?» 19 E gli disse: «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato».

 

Care sorelle e cari fratelli,

Gesù è in cammino verso Gerusalemme ed è costretto ad attraversare la regione della Samaria. La Samaria era un territorio ostile. Tra i giudei e samaritani non vi erano buone relazioni sia per ragioni storiche che religiose. Con la conquista assira nel 722 a.C. e la distruzione del regno del Nord si era creata una popolazione semi-pagana. I giudei consideravano la fede dei samaritani corrotta e quindi erano esclusi dal popolo di Dio.
In questo racconto il viaggio di Gesù non è soltanto geografico, egli percorre un itinerario di fede che sa accogliere gli altri come fratelli e sorelle, senza curarsi delle barriere etniche e dei contrasti religiosi che avevano segnato i rapporti tra  giudei e samaritani.
L'accoglienza di cui parla Gesù in questo testo si manifesta nella guarigione dei dieci lebbrosi. I lebbrosi erano considerati impuri a motivo della loro malattia e quindi relegati a vivere ai margini della società civile ed esclusi dalla comunità religiosa, oltre a sostare lontano dai centri abitati per evitare il contagio. I lebbrosi scorgono Gesù da lontano e invocano il suo aiuto. Lo chiamano per nome. Sono fiduciosi che Gesù possa offrire loro il suo aiuto. Gesù non è mai insensibile alla sofferenza altrui, soprattutto di coloro che vivono maggiori disagi e difficoltà. Anche questa volta Gesù incarna l’amore di Dio verso i piccoli, gli ultimi, tanto preziosi al vangelo di Luca. Gesù non tocca i lebbrosi, come spesso era avvenuto (Luca 5,12-14), bensì li invia dai sacerdoti preposti a certificarne la guarigione. E lungo il cammino si scoprono guariti e quindi purificati. Ma uno solo dei dieci torna indietro glorificando Dio e ringraziando Gesù prostrandosi ai suoi piedi per la guarigione ottenuta. L'uomo è un samaritano, un odiato e disprezzato samaritano. Gesù stesso ne è meravigliato. Ma perché gli altri nove non sono tornati? Che cosa spinge invece il samaritano a ringraziare Gesù?

I nove lebbrosi pensano che la guarigione spetta loro di diritto perché membri del popolo eletto, perciò non considerano l'attenzione che era stata loro rivolta da Gesù. Invece il samaritano con umiltà riconosce che la sua purificazione è stata un dono gratuito di Dio, ricevuto per mezzo di Gesù. Grazie a questo samaritano scopriamo una dimensione di gratuità della vita che noi spesso dimentichiamo; la salvezza che Dio ci offre in Gesù è puro dono e non dipende dai nostri meriti o dalle nostre qualità.
Quest'uomo riceve guarigione fisica ma anche salvezza, riceve la piena benedizione del ministero di Gesù. Infatti a lui e non agli altri, Gesù dice: “Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?”. “Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato”.  
Ed è questa salvezza gratuitamente ricevuta che lo spinge a ringraziare e lodare Dio. Il suo gettarsi ai piedi di Gesù non indica sudditanza ma è un segno di riconoscenza che diventa “riconoscimento di un Dio che ci può sempre salvare e accogliere”. Il samaritano ci aiuta a comprendere che noi, esseri umani, non abbiamo meriti o diritti davanti a Dio. Tutto ci è dato per grazia, tutto ci è dato come dono, cominciando dal dono della propria vita.
Sarebbe opportuno fermarsi un attimo e chiederci cosa accadrebbe se Gesù decidesse di fermarsi nelle nostra abitazioni, nella nostra vita.
Noi siamo pronti ad accoglierlo? Riusciremmo a chiamarlo per nome come hanno fatto i dieci lebbrosi con tutta la forza della loro voce?: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!”. Esce dalle nostre labbra l'invocazione del nome di Gesù? Invochiamo il suo nome dal profondo del nostro cuore quando siamo nel pericolo, nel dolore, nel pianto, nella disperazione, e anche nella gioia?
Ciò che noi possiamo offrire agli altri è il nome di Gesù.
Dovremmo imparare a riconoscere il nostro male, il nostro peccato e confessarlo a Gesù per guarire. Dinanzi a lui dobbiamo raccontarci, dirgli ciò che ci fa male dentro e ciò che ci impedisce di essere sereni, in pace e riconciliati con i nostri fratelli e le nostre sorelle.  Gesù ci invita a fare come il lebbroso, a tornare indietro, a correre da lui lodando e ringraziando Dio a gran voce. In questo percorso che Dio traccia riceviamo l'invito di Gesù: “Alzati e mettiti in viaggio”.  
Dopo l'esperienza della salvezza, non possiamo più rinchiuderci nel nostro mondo, nella nostra tranquilla beatitudine e dimenticarci di tutto e di tutti.  
La gioia dell'incontro con Gesù e la salvezza che egli offre non saranno mai vere se non le condividiamo e le mettiamo al servizio degli altri.
E' nell’amore e nella condivisione che riscopriamo la bellezza e la gioia di avere Gesù come amico e come salvatore. L'uomo e la donna del  nostro tempo hanno bisogno di incontrare Gesù e la sua salvezza. La testimonianza della fede va proposta però in una dimensione di chiarezza e di misericordia, di accoglienza e di pazienza, rispettando sempre la libertà e la dignità di coloro che Dio pone sul nostro cammino.
AMEN